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Cinesi che sfruttano pakistani: «Fenomeni più diffusi nel comparto tessile»

Dopo i blitz in Pedemontana, si cercano i destinatari della merce. Paglini (Cisl): «Chi non ha diritti finisce nelle mani dei farabutti»

andrea dossi
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Blitz dei carabinieri nei laboratori tessili clandestini gestiti dai cinesi 

Maggiore prevenzione e capire a chi sono destinati i prodotti confezionati nei laboratori in cui vengono sfruttati i lavoratori. Sono questi i messaggi lanciati dalle organizzazioni sindacali trevigiane dopo l’ennesimo caso di lavoro ai limiti dello schiavismo in aziende tessili tra Asolo, Altivole e Borso del Grappa, per lo più con l’impiego di immigrati clandestini.

«Fenomeno da reprimere»

«Da una parte il fenomeno va represso con l’intervento della Procura della Repubblica e dei carabinieri per ristabilire la legalità – esordisce il segretario generale della Cisl Belluno Treviso Massimiliano Paglini – dall’altra se non si agisce sul fattore prevenzione continueremo a vedere a lungo queste situazioni. La prevenzione si applica favorendo l’integrazione. Ci sono state denunce per immigrazione clandestina, siamo di fronte a lavoratori irregolari e in questo Paese ce ne sono 600 mila. Se non si hanno diritti come gli altri si finisce nelle maglie di farabutti che sfruttano. Siamo un Paese produttivo e serve forza lavoro: c’è necessità di un sistema di integrazione e accoglienza dei lavoratori che vengono dall’estero o degli irregolari già presenti».

Dove vanno i prodotti

Se a monte c’è la questione dello sfruttamento di persone senza diritti, a valle bisognerebbe capire chi usufruisce dei prodotti che escono da certi laboratori secondo il segretario generale della Cgil Treviso Mauro Visentin: «È una situazione che capita spesso nel settore del tessile. Mi piacerebbe capire dove vanno a finire i prodotti confezionati in questi stabilimenti condotti da delinquenti che fanno lavorare delle persone in semi-schiavitù: si potrebbe arrivare al reato di ricettazione. L’aumento della soglia del contante, poi, non ci aiuta a controllare i fenomeni di sfruttamento e illegalità».

Manodopera irregolare

Il denominatore comune dei tre laboratori di Asolo, Borso e Altivole è che a essere impiegata è spesso manodopera clandestina e irregolare: «A questi lavoratori dovrebbe essere concessa la cittadinanza o quantomeno il permesso di soggiorno per risarcirli del danno – continua il segretario della Cgil – se ci fosse una vera rete di accoglienza degli umani che vengono nel nostro territorio molto probabilmente non succederebbero questi casi. E abbiamo capito che servono lavoratori in botteghe, lavoratori e fabbriche, che lo dicono gli imprenditori. Bisognerebbe guardare il lavoro e le persone in modo diverso, con un occhio ai diritti e alla dignità. Il lavoro è un valore e non una merce da sfruttare fino alla schiavitù».

«Serve prevenire»

Sulla stessa linea d’onda il segretario della Cisl, Paglini: «Non è vero che dobbiamo combattere l’immigrazione clandestina ma fare in modo che chi viene a lavorare qui abbia gli stessi diritti degli altri. Se prima di tutto si creano le condizioni affinché tutti possano beneficiare di diritti legali e contrattuali si porrebbe un freno a questo fenomeno. Bisogna reprimere le situazioni in cui dei delinquenti portano al limite della schiavitù e dall’altra fare prevenzione per mettere tutti in condizione di lavorare seriamente».

Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro non accenna a fermarsi: «Per fortuna abbiamo delle istituzioni attente e che intervengono per stroncare queste situazioni – è l’ultima parola di Visentin – penso a ciò che è successo tempo fa nel settore agricolo o edilizio, servono maggiori forze per poter controllare e far rispettare regole che già di sono». Così chiude Paglini: «È di poco la notizia dell’inchiesta sui 250 lavoratori agricoli che lavoravano in campagna durante la vendemmia. Il caporalato è diffuso nei nostri territori, dove c’è lavoro ma non ci sono le condizioni per garantire i diritti».

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