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Dall’Ucraina alla Marca e ritorno: «Siamo tornati sotto le bombe. Ma a casa»

Oltre un quarto dei 3 mila profughi ucraini arrivati nella Marca all’inizio della guerra ora ha fatto rientro in patria, per riavvicinarsi alla famiglia

lorenza raffaello
2 minuti di lettura
La famiglia che era ospitata da Marco Trevisson (secondo da sinistra): a parte Marco, sono tornati tutti in Ucraina 

A 206 giorni dall’inizio della guerra i profughi ucraini lasciano la Marca per tornare a casa. Leopoli, Kiev e le città più a ovest del paese sono le principali destinazioni, meta ed emblema di un ritorno alla vita normale. E in molti sono tornati anche nelle zone più rischiose, dove risuonano ancora le sirene d’allarme: «Torniamo ancora sotto le bombe, ma siamo finalmente a casa».

Si stima che nei mesi di luglio, agosto e settembre oltre un quarto degli oltre 3.500 ucraini presenti a Treviso e provincia siano ripartiti alla volta del loro paese. Difficile stabilire un numero esatto, dal momento che l’ospitalità si è concretizzata per lo più in forma di accoglienza diffusa in abitazioni private e, quindi, non sempre ufficializzata.

Oggi prevale la volontà di tornare a casa per riabbracciare i cari rimasti a combattere e ritornare al lavoro. Partono di notte, organizzati in piccoli gruppi, sei o sette componenti al massimo. Salgono su mini pullman diretti al confine polacco e poi finalmente verso l’Ucraina e in media il viaggio dura tra le 30 e le 36 ore a causa delle code per i controlli obbligatori. Con il passare dei chilometri il paesaggio cambia e lascia posto a barricate e macerie a bordo strada. «Siamo grati ai tanti trevigiani che ci hanno aiutato, ma abbiamo scelto di tornare a casa».

Anastasia, insieme a suo marito Boris e al suo bimbo Egor aveva lasciato Novi Petrivtsi, la loro città sul fiume Dnepr, il 24 febbraio, subito dopo aver sentito la prima esplosione. Dopo mesi a Treviso, sono tornati a casa.

In primo piano Anastasia con il suo bimbo: sono da poco tornati a Novi Petrivtsi, a nord di Kiev, dopo diversi mesi a Treviso 

«Ci mancava la nostra vita e volevamo stare a fianco dei nostri concittadini per lavorare insieme per la vittoria. Qui però la guerra non è finita. Le sirene antibomba suonano ogni giorno e si continuano a sentire esplosioni. Grazie ad una App riusciamo a monitorare il luogo di partenza e la traiettoria dei missili, così possiamo calcolare i tempi di caduta e rifugiarci nel bunker» descrive la donna.

Daria Kostenko ha 22 anni e balla da quando è piccola. Un mese fa è partita da Cessalto, dove aveva trovato rifugio insieme ad altre donne, ed è tornata a Kiev. Oggi lavora nel teatro più importante del paese, l'Opera Nazionale dell’Ucraina».

«Dall’Italia ha ricevuto molto calore, ma «ogni profugo dall’Ucraina, anche se ha trovato degli aiuti incedibili all’estero, desidera tornare a casa, parlare la sua lingua e lavorare in un posto dove riesce ad essere utile. Noi artisti siamo tornati per supportare la nostra cultura, continuiamo a vivere, creare, restaurare, difendere».

Marco Trevisson invece è trevigiano. Ha dovuto salutare Alla e Yarik, la nuora e il nipotino di 10anni di Svitlana, sua moglie. A marzo ha aperto le porte di casa e ha dato inizio a una convivenza che ha portato gioia e amore nel suo appartamento del quartiere di fiera a Treviso.

«Alla ha sempre lavorato in smart working per la sua azienda in Ucraina, ma da qualche mese hanno richiesto la sua presenza. Così sono partiti». La felicità più grande per il ragazzino è stata quella di poter incontrare gli amici e i compagni, proprio come l’anno scorso.

«Hanno ritrovato la loro casa integra, ma lo stato d’animo è quello di un paese in guerra, ma per Yarik tutto ciò che conta è imboccare ogni mattina la strada verso la sua scuola» conclude Marco.

A partire non solo i rifugiati, ma anche le tante donne ucraine che in città lavorano come badanti o come aiuti domestici: «È oltre un anno che non vedo i miei figli e i miei nipoti, - racconta Inna Maladyca, arrivata a Ternopil- «Ho sognato questo momento dall’inizio della guerra, ero così preoccupata per loro che ho passato mesi a non dormire».

«Qui anche se la situazione sembra tranquilla ha ripreso a suonare l’allarme antibomba, quando succede corriamo in bagno che è la stanza più sicura della casa e i muri sono grossi. È tremendo, ma resto qui, vicino a loro».

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