Ingegnera ucraina profuga a Conegliano. «Ma il mio “salvatore” voleva altro». Scappa a Kiev

Parla la donna ritornata in patria con il figlio dopo aver segnalato i fatti ai carabinieri: «Altre potrebbero trovarsi in situazioni simili»

CONEGLIANO. Si è sentita oppressa da quello che doveva essere il suo salvatore, un uomo che le aveva offerto una via di fuga dalla guerra. Alla fine a salvare lei e il figlio sono stati i carabinieri, a cui si è rivolta per avere aiuto, sentendosi vittima di atti persecutori da parte di un professionista coneglianese.

«Grazie al supporto dei carabinieri sono cessate le modalità oppressive», ci spiega una 56enne ingegnera ucraina. La sua vicenda rischia di essere comune a tante donne che sono fuggite dall’Ucraina. Ma, a differenza di chi è riuscita a trovare ospitalità da parenti, amici e benefattori, lei si è trovata davanti un incubo.

«Dopo l’invasione dell’Ucraina sono stata molti giorni nella mia casa di Kiev sopportando la situazione», inizia il suo racconto, «tra le varie opzioni di allontanamento da Kiev ho ricevuto una proposta di un vecchio amico di famiglia abitante a Conegliano, che aveva frequentato Kiev per viaggi di turismo. Da molti anni non lo sentivo, ma avevo un ricordo positivo. Mi aveva detto che aveva un appartamento indipendente».

Così, insieme al figlio di 27 anni, è riuscita a scappare dalla capitale che all’epoca era ancora a rischio bombardamenti, raggiungendo con un viaggio avventuroso la frontiera con la Polonia.

«Solo durante il viaggio Giuseppe (nome di fantasia ndr) mi anticipò che era “single” e che, per un po’ di tempo, dovevamo vivere insieme nella sua casa», racconta la donna, «in quanto l’appartamento offerto non era idoneo per dissesti vari, mancanza di gas ed elettricità. Eravamo comunque grati per il “salvataggio” e ci fu concesso un contratto di “comodato di uso” per il quale ho poi pagato regolarmente elettricità e gas».

«Eravamo fuggiti da Kiev per paura delle bombe, ma avevamo il nostro lavoro e i nostri risparmi. Abbiamo inizialmente fatto con Giuseppe pranzi e cene in compagnia, in quella che sembrava una rinnovata amicizia, ma dopo circa dieci giorni dal nostro arrivo ha cominciato a dare segni di impazienza».

Giuseppe voleva qualcos’altro probabilmente dalla donna. Mentre il figlio ha dovuto fare il manovale per ristrutturare l’appartamento, collaborando con una ditta a «5 euro all’ora in nero», lei ha fatto la «donna delle pulizie per pulire i residui del cantiere, soffrendo di mal di schiena e patologia alle mani».

Alla fine si sono trasferiti nell’appartamento ristrutturato, ammobiliandolo a proprie spese, pagandosi le spese alimentari e di energia. Ad aiutarla un altro conoscente, un ingegnere romano.

«Giuseppe pretendeva che noi lavorassimo a prescindere dal nostro lavoro e professionalità», spiega l’ingegnera ucraina. «Era inutile rispondere che lavoravamo in modalità online per la nostre ditte di Kiev, io per una azienda nel settore dell’abbigliamento e mio figlio per una azienda di riciclo. Ripeteva in modalità ossessivo, maniacale ed assillante che “a casa sua non c’è posto per chi non lavora”».

«Pretendeva, insistendo, di conoscere i nomi delle società con cui lavoriamo per “sue indagini”. A pochi anni dalla pensione ero trattata come una nullafacente. A causa delle pressioni verbali e degli sms, ero ormai in ansia perenne e ho iniziato a usare psicofarmaci. Mi sono rivolta a un avvocato che mi ha parlato di ipotesi di “stalking”».

È stata quindi fatta una segnalazione ai carabinieri di Conegliano, richiedendo che il professionista smettesse con i suoi atteggiamenti prevaricatori. E così è stato, l’uomo si è placato.

La donna e il figlio da inizio giugno sono tornati a Kiev, ora che la situazione nella capitale ucraina è meno complicata. «Lascio questa storia per memoria», afferma la donna, «sperando che altre persone, soprattutto donne, invitate non finiscano “ospiti” di personaggi simili a lui», spiega la 56enne, che vuole però anche ringraziare Conegliano e il Veneto che l’hanno accolta.

«Nella mia attività di volontariato, da traduttrice per l’Ulss di Conegliano ho conosciuto la vera generosità e la vera ospitalità della popolazione veneta. Questo sarà un bel ricordo che porterò sempre con me. Ho trovato qui persone disponibili, gli specialisti del centro di vaccinazione sono stati molto bravi e lì ho trovato professionisti bravi e rispettosi»

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