Come trasformare il dolore per la perdita di un figlio in un progetto di nuova vita

Progetto «Scrivi quando arrivi», Paola Conte (Associazione Vittime della Strada) e la tragedia del 2003 come spinta per il futuro: «Ora il nostro scopo è creare un cultura all’educazione stradale partendo fin dai più piccoli». Tre storie di resilienza, ma le cicatrici rimangono

TREVISO. «Ti trovi letteralmente in un mondo che non riconosci più, fai fatica a respirare, in un attimo la tua esistenza è distrutta. Io ho scelto di non lasciare spazio ad altro male, questo dolore non deve capitare anche agli altri, vorrei fare in modo di risolvere il problema».

Le parole sono quelle di Paola Conte Bortolotto, referente di Treviso dell’Associazione familiari e vittime della strada. Da anni si occupa di prevenzione parlando ai ragazzi delle scuole e dando sostegno alle famiglie che, come la sua, hanno perso un familiare per un incidente stradale. Dalle iniziative che mette in campo ogni giorno emerge forte e chiaro un messaggio: «Bisogna parlare di questi incidenti, utilizzare le parole giuste, solo in questo modo si può fare vera prevenzione».

Paola entra a far parte dell’associazione nel 2003 dopo che ha perso il suo bambino di appena 12 anni.

«Mancavano due giorni all’inizio della scuola, Andrea avrebbe cominciato a frequentare la seconda media. Era una domenica pomeriggio, io ero in casa. Una moto stava correndo a tutta velocità, il ragazzo in sella si cimenta in un sorpasso azzardato credendo di saper governare il mezzo, invece centra in pieno mio figlio, che in quel momento si trovava sul ciglio della strada. Il primo giorno di scuola i compagni di Andrea hanno trovato sul suo banco una sua foto. Andrea non avrebbe più giocato con loro sui campi da calcio, non avrebbe più tifato la Juve insieme a suo fratello, non mi avrebbe più abbracciato forte forte come faceva di solito».

Video. Paola Conte: bisogna parlare della strage continua sulle strade, il dolore va affrontato

Paola Conte: bisogna parlare della strage continua sulle strade, il dolore va affrontato

Paola sospira mentre racconta la sua storia: «Per la distrazione di uno la nostra vita è stata completamente stravolta, la nostra come genitori, ma anche quella di suo fratello».

«Nulla sarebbe stato come prima, ma nulla si sarebbe potuto cambiare» continua a raccontare Paola, che insieme al marito e al suo primogenito ha deciso di trasformare tanto dolore e rabbia in qualcosa di positivo.

«Dovevamo cominciare a vivere in modo diverso e ci siamo chiesti cosa potevamo fare perché questo dolore non toccasse anche gli altri. Abbiamo organizzato le prime iniziative, sulla strada dove è successo l’incidente abbiamo messo 20 foto di Andrea, questo ha fatto da deterrente per molto tempo. Poi fiaccolate e incontri».

E poi l’iscrizione all’associazione familiari e vittime della strada. Il suo compito è ora quello di sensibilizzare e dare conforto umano alle famiglie della provincia di Treviso, insieme ad altri volontari che si occupano anche di giustizia e di dare un supporto in ambito legale.

Non sempre però è tutto semplice: «Nonostante siamo in tanti ad aver vissuto queste situazioni, sono in pochi a volerne parlare, rimane sempre un argomento tabù. C’è un rifiuto perché riaccende il dolore che uno cerca di sopire, insieme al pudore di raccontare la propria storia. Quando siamo presenti alle manifestazioni e nelle piazze con i nostri banchetti i passanti ci evitano, è un argomento che le persone vogliono allontanare anche fisicamente».

E sul motivo c’è una sola spiegazione: «Lo si vuole esorcizzare, ma è una cosa che riguarda tutti, non si può dire a me non capiterà mai».

Ecco perché la prevenzione è importante. «Questa è un’emergenza e come tale deve essere affrontata subito. Tutte le stragi sulle strade devono essere affrontate con l’impegno che meritano, e le istituzioni dovrebbero essere coinvolte maggiormente».

Video. L'appello ai giovani: "Non abbiate paura della strada, ma imparate a conoscerla"

L'appello ai giovani: "Non abbiate paura della strada, ma imparate a conoscerla"

A fianco della decennale attività della Provincia di Treviso, la Regione Veneto lo scorso 9 maggio ha firmato un protocollo d’intesa per la sicurezza stradale insieme ad altri enti e all’Ufficio Scolastico regionale: «L’educazione stradale obbligatoria nelle scuole è un primo passo, la riuscita però dipende dai formatori che devono sapersi relazionare con i ragazzi, non ha più senso usare solo immagini forti. Lo shock deve essere accompagnato da una spiegazione per far capire ai ragazzi cosa accade, non affidarsi solo ad un aspetto emotivo».

Secondo la referente dell’associazione, i neopatentati in questi vent’anni hanno messo in atto delle nuove strategie di sicurezza come il guidatore designato, ma continuano a non avere una percezione reale del rischio. La soluzione è «cominciare l’educazione stradale da piccoli, creare una cultura per far capire che la vera differenza lo fa il nostro comportamento e se tutti facciamo qualcosa possiamo metterci in protezione. Bisogna agire perché sono state perse troppe risorse umane». Intanto Paola continua con la sua missione a raccontare la sua storia.

«Noi dobbiamo continuare a stimolare, a ricordare e a fare prevenzione per poter essere davvero d’aiuto ai giovani». Durante i suoi incontri riferisce di aver ricevuto tanto rispetto da parte dei ragazzi.

«Negli anni è capitato che mi scrivessero e mi raccontassero di come sono diventati e questo mi porta a proseguire in questo progetto. Pensare di aver salvato anche solo una vita, perché loro hanno pensato a quello che ho detto, contribuirebbe a diminuire un po’ di dolore».

***

La testimonianza di Manuela Zamperin

La mamma che conta i giorni che la separano dalla sua Melissa

Manuela Zamperin

«Otto anni, 2 mesi e 22 giorni fa è mancata mia figlia e stava tornando da un pranzo sul Montello. Era seduta sul sedile posteriore della auto guidata dal suo fidanzato. Sono bastati 400 metri sulla strada e poi Melissa non ha fatto più ritorno a casa».

Manuela Zamperin, conta i giorni da quando sua figlia non c’è più, come fosse un suo personale metodo per cercare di alleviare, seppur di un minimo, il profondo dolore che l’accompagna ormai quotidianamente.

«Quando il ragazzo che guidava mi ha chiamato per avvertirmi di cosa era successo, continuava a ripetere: ho fatto una cazzata, ho fatto una cazzata e io continuo a pensare che non si può perdere la vita per le cazzate commesse dagli altri. Io non odio questa persona, ma provo ancora tanta rabbia perché a mia figlia è stato tolto tutto: i suoi sogni, i suoi progetti, i suoi occhi non possono più vedere le cose a cui teneva di più. Oltre alla vita di mia figlia, è stata distrutta anche la nostra famiglia».

Da otto anni, in famiglia, non si festeggiano più le ricorrenze e non si gioisce più per i momenti conviviali. Da allora, Manuela non riesce a frequentare i posti dove andava con sua figlia, una determinata spiaggia o certi negozi, e non è ancora riuscita ad entrare in camera di Melissa, un limite troppo doloroso da valicare, «delle pulizie si occupa mio marito, io non riesco ancora ad affrontare il dolore di rivedere le sue cose, sto ancora prendendo dei farmaci, perché è ancora tutto difficile, per me, ma anche per Andrea».

Melissa aveva 13 anni più di suo fratello, avevano un legame profondissimo perché, complice la grande differenza d’età, lei gli ha fatto da seconda mamma quando i genitori erano al lavoro.

«Quando muore un giovane si pensa che a piangere siano solo i genitori, ma nessuno pensa al dolore che provano i fratelli. Andrea era legatissimo a Melissa, trascorrevano i pomeriggi insieme, da complici. Era un piacere vederli insieme perché indipendentemente dal legame di sangue è come se si fossero scelti. Dopo la morte di Melissa, mio figlio ha trascorso le giornate e le notti a piangere, quando lasciava la sua stanza per andare a scuola trovavo a terra tutti i fazzoletti di carta usati per asciugare le lacrime. In tutti questi anni io sono stata sempre presente, ma era come se non riuscissi a vederlo.

«Lui aveva appena 13 anni quando è successo l’incidente, da allora si è rotto qualcosa: è stato privato della sua serenità e ha completamente perso la sua adolescenza. Tutto per una cazzata. Ora le cose vanno un po’ meglio, da pochi giorni è tornato a mangiare lo yogurt con i cereali, la merenda che facevano insieme e questo è un grande passo in avanti, qualcosa sta cambiando».

Piano piano, con fatica e impegno, la famiglia Zamperin sta cercando di rimettere insieme i mille pezzi in cui si è frantumata quella domenica pomeriggio. Un passo dopo l’altro, un giorno alla volta. E intanto domani saranno 8 anni, 2 mesi e 23 giorni che Melissa non c’è più. 

***

La testimonianza di Didonè

Massimo e il tir maledetto che gli strappò la madre e la voglia di vivere

Massimo Didonè

«Mia mamma a bordo della sua auto, stava attraversando un incrocio, era scattato il verde e aveva il diritto di precedenza, un tir è passato col rosso nel senso opposto. L’ha presa in pieno. L’ha uccisa».

Massimo Didonè, all’epoca dei fatti aveva 23 anni. Era il primogenito di Rita Pierobon, che a 40 anni ha perso la vita sulla strada, percorrendo un incrocio, considerato da sempre pericoloso e, nonostante questo, continuava ad essere un tratto in cui le persone, a bordo dei loro veicoli, erano abituate a correre.

«Mia mamma era una persona solare, altruista, iper presente nelle nostre vite e da un momento all’altro io, le mie sorelle e mio papà abbiamo dovuto imparare a farci da mangiare, a lavare i nostri abiti, organizzare anche le piccole cose. In poche parole abbiamo dovuto imparare ad arrangiarci a vivere, perché senza di lei non sapevamo farlo».

Al momento dell’incidente, insieme a Rita, si trovava in macchina anche la sorella più piccola di Massimo che, illesa, ha vissuto tutto il terribile incidente, uno scotto altissimo da pagare.

«La vita di mia mamma è stata distrutta, l’intera famiglia Didonè è stata distrutta. Lei manca ancora come se ci avessero tagliato qualche parte vitale del corpo a cui non è possibile rinunciare».

Dal racconto di Massimo emergono tutte la difficoltà originate dal giorno di quel terribile incidente: il dolore, la necessità di ricostruire una routine, imparare ad esistere senza quello che era per tutti il punto di riferimento in famiglia.

«Se non tocchi con mano un evento del genere, non puoi capire, non puoi comprendere quanto lacerante possa essere questo dolore, una sofferenza di cui oltretutto non hai nessuna colpa».

Lo scontro infatti è stato causato dall’errore umano, un errore che si sarebbe potuto evitare, eppure a farne le spese più grandi è toccato a chi il codice della strada lo ha rispettato, fino in fondo. A chi ha usufruito della strada in modo prudente e corretto.

«Recentemente ho ritrovato un articolo di giornale che raccontava l’accaduto e ho letto il nome dell’autista che stava guidando il tir quel giorno. Non lo avevo mai saputo, quando si è verificato l’incidente ero talmente sconvolto che non me ne ero preoccupato. Quando siamo andati al primo processo, questo individuo non si è presentato, quindi non l’ho mai visto. È passato molto tempo e conoscerlo o parlargli certo non riporterebbe in vita mia mamma».

Sono passati tanti anni, ma la ferita per la perdita della loro mamma non si è ancora rimarginata. Ora Massimo e le sue sorelle si sono rifatti una vita, sono sposati e, tutti e tre, hanno dei figli.

«Quando mia mamma è mancata mi ero appena fidanzato. Dal dolore che provavo, non riuscivo a smettere di piangere e ricordo di aver detto a quella che poi sarebbe diventata mia moglie di lasciarmi perché non ero più in grado di dare amore. Lei, forte come una roccia, ha messo anche quello che io non riuscivo a dare, mi ha riportato alla vita». 

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La testimonianza: Manuela Barban

Due bambini senza papà e la forza per diventare il loro “unico genitore”

Manuela Barban

Il primo pensiero sono stati i suoi figli. Manuela Barban non poteva dare spazio al suo, di dolore, doveva proteggere, ad ogni costo, oltre ogni male, i suoi piccoli. Quando Mario, il loro papà è morto, a causa del colpo di sonno di un automobilista che ha provocato l’incidente stradale, loro avevano 2 e 7 anni, troppo fragili per poter affrontare una prova così dura.

Il loro super eroe non sarebbe più tornato e lei ha fatto di tutto per alleviare questa terribile sofferenza. Da quella notte di 18 anni fa, Manuela non ha potuto farsi sovrastare dallo sconforto per la perdita di suo marito.

Da quella notte lei è diventata l’unico genitore a cui i suoi figli si sarebbero potuti affidare. «Io ero più grande di mio marito, ci siamo sposati poco dopo esserci conosciuti, è stato un colpo di fulmine. Avevo sempre pensato che me ne sarei andata prima io, era lui quello giovane e forte. E invece la vita mi ha riservato questa brutta sorpresa».

Seppure siano passati tanti anni, il dolore permea ancora diversi aspetti della vita di Manuela e ora, che i suoi figli sono cresciuti e hanno meno bisogno della mamma, comincia a farsi sentire una diversa mancanza.

«Non mi sono rifatta una vita, non ho cercato nessun altro, ho scelto di dedicare la mia vita ai miei ragazzi, loro avevano bisogno di me. Appena successo l’incidente mi sono detta: non devo fermarmi, devo lavorare e provvedere ai miei bambini».

Pur potendo contare sull’aiuto della sua famiglia e dei suoi suoceri, sempre al loro fianco, per tutti questi anni Manuela ha fatto da mamma e da papà ai suoi due ragazzi «potevo fare di più, sento di aver commesso tanti sbagli con loro, nessuno ti insegna come comportarti in situazioni così difficili e allora ti affidi a te stessa. Un dolore che provo ancora oggi, oltre a quello di aver perso mio marito, è stato quello che i miei figli non sono cresciuti con il loro papà. Costantemente penso: cosa farebbe mio marito se fosse qua”.

La perdita del padre ha condizionato, in modo violento, la vita dei ragazzi: «il più grande non ha mai versato una lacrima, è come se avesse messo un muro tra il dolore e la vita di tutti i giorni e questo ha avuto dei risvolti su tutto: per anni ha avuto difficoltà di concentrazione a scuola, anche prendere la patente per lui è stata uno scoglio importante, il più secondo era troppo piccolo per avere dei ricordi e si è attaccato morbosamente a me finché non è cresciuto e, di contro, si è reso fin troppo indipendente».

Oggi sono entrambi maggiorenni e hanno cominciato a utilizzare l’auto regolarmente. Il più grande assomiglia al padre come una goccia d’acqua e Manuela continua a mantenere il suo ruolo di mamma/papà, nonostante siano diventati grandi.

«Raccomando loro di essere sempre prudenti alla guida, noi sappiamo quando grande è il dolore che si prova quando si perde qualcuno. Succede che ti saluti e poi da un momento all’altro non ti rivedi più. In un attimo cambia tutto, per sempre». 

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