I giovani sono convinti che le tragedie non li tocchino, così tendono a rimuoverle

Progetto «Scrivi quando arrivi», la dirigente provinciale Barbara Sardella parla dell’educazione stradale nelle scuole: «Sono utili, siamo a fianco dei ragazzi ed è nostro compito accrescere in loro consapevolezza»

TREVISO. L’educazione stradale passa anche per la scuola. Ma tra i corridoi e le aule, i ragazzi faticano a parlare degli incidenti su strada che hanno coinvolto i loro coetanei «perché sono invincibili e la morte è qualcosa che non li riguarda da vicino». Barbara Sardella, dirigente dell’ufficio scolastico territoriale, ci racconta il punto di vista dei giovani dal suo osservatorio speciale: gli istituti della Marca.

Dottoressa Sardella, l’educazione alla guida sicura può essere inserita come materia curriculare?

«In ambito di autonomia scolastica tutto è possibile, la formazione sulla sicurezza stradale si fa da tanto tempo. C’è ormai un’esperienza più che decennale di corsi di formazione finalizzati a far sì che i ragazzi apprendano i corretti stili di vita e i corretti comportamenti da tenere sulle strade sia che siano pedoni, motociclisti, ciclisti. Sono stati strutturati dei corsi adeguati per ogni età degli studenti, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di 2° grado».

Che feedback avete ricevuto dai ragazzi?

«Abbiamo delle buone risposte, soprattutto davanti ad immagini forti, i ragazzi si lasciano coinvolgere in modo particolare. Il coinvolgimento alto o lieve dei ragazzi dipende da come viene presentato l’argomento e dal grado dell’impatto che arriva».

Come affrontano gli studenti la tematica degli incidenti stradali?

«Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte tra gli adolescenti. Purtroppo questo problema è correlato ad un altro legato all’uso di sostanze stupefacenti e alcoliche. Tante volte la velocità eccessiva dipende anche dal fatto che si guida in stato di ebrezza o per effetto di sostanze psicotrope. Ritengo che i ragazzi quando si mettono alla guida o tengono comportamenti rischiosi o pericolosi lo fanno in quanto per loro l’evento morte non li riguarda da vicino, sappiamo che l’adolescenza è un momento della vita in cui ci si sente onnipotenti, invincibili e quindi la morte è vista come qualcosa da sfidare. Se pur da un lato ci può essere la minima consapevolezza che quel comportamento è rischioso e può portare a fatti incresciosi, dall’altro si pensa che quel fatto non li toccherà. Quando ciò accade, certo ne parlano, ma credo che la prima sensazione sia quella di choc e incredulità con la conseguente tendenza a rimuovere quell’evento, per evitare di soffrire, perché è un evento che non può e non deve riguardare la loro generazione».

Quali sono gli strumenti per aiutarli?

« Di certo non possiamo far leva sul fatto che i ragazzi acquisiscano consapevolezza su questa tematica in modo autonomo, ritengo che sia un compito di noi adulti far capire che quel comportamento e quelle conseguenze sono spesso dovute ad atteggiamenti e modi di fare che vanno evitati. Ricade su di noi il compito di far loro acquisire la consapevolezza vera. Lo possiamo fare mediante la formazione e la prevenzione. Però è importante utilizzare lo stesso loro linguaggio, essere d’impatto, anche in modo scioccante, questo li aiuterà a capire che su quell’automobile ieri c’era il loro amico o un altro adolescente, ma domani potrebbe accadere anche a loro».

Come può la scuola essere di supporto ai ragazzi?

«La scuola è a fianco dei ragazzi. Perché se la prima causa di morte tra gli adolescenti è l’incidente stradale, la seconda è il suicidio. Mi chiedo spesso che valenza abbia per loro la morte: da un lato, come effetto naturale, li riguarda poco, dall’altro, nel caso degli incidenti stradali, la morte è vista come qualcosa da sfidare che tanto non li riguarda, nel caso dei suicidi è intesa come mezzo per rimediare alla sofferenza. Questi anni di pandemia ha fatto emergere la sofferenza di questi ragazzi. In questo la scuola sta facendo tantissimo, ci stiamo attrezzando con l’Ulss per avviare dei corsi di formazione per ragazzi e per docenti per intercettare le situazioni di disagio. I ragazzi stanno a scuola la maggior parte della loro giornata e i docenti sono i soggetti che per primi possono accorgersi di eventuali disagi. Non possiamo pensare che la scuola possa tirarsi fuori sia nell’educazione per la sicurezza stradale che per tutte le altre situazioni. La scuola ha il compito di formare, educare cittadini consapevoli, trasformarli in adulti sereni».

Come sono i "suoi" studenti?

«Inizialmente facevo parte di quel gruppo di persone che riteneva i ragazzi svogliati, disinteressati, con poca attenzione ai temi sociali, ma in realtà mi sono ricreduta. Credo che questa generazione abbia un po’ sofferto del periodo che stiamo vivendo ma anche di una generazione di genitori, di cui faccio parte anche io, che non ha saputo dire i no necessari. Ad oggi non mi sento più di dare la responsabilità ai ragazzi, bisogna, anzi, ripensare al ruolo che noi genitori abbiamo svolto. Ritengo che i ragazzi vadano ascoltati. Hanno tanto da dire e noi li abbiamo trascurati».

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