Quella lunga battaglia per la dignità nelle carceri

Ho avuto la fortuna di incontrare don Antonio Trevisiol nell’ottobre 1996. Perché incontrare una persona come don Antonio è una fortuna che non capita a tutti. Lo vidi per un’ intervista, lui era cappellano del carcere di Treviso. Quel giorno cominciò un’avventura destinata a durare 4 anni. Lui, portavoce con alcuni sacerdoti trevigiani di un appello al Ministero di Grazia e Giustizia per far luce su presunti maltrattamenti avvenuti in carcere, non arretrò di fronte alla querela che quella intervista provocò. Entrambi fummo denunciati dall’allora direttore del carcere di Treviso e da alcune guardie. Quattro anni di processo impegnativo, duro, snervante. Sullo sfondo, uno spaccato inquietante di vita carceraria. Che poco a poco, udienza dopo udienza, veniva a galla. Non arretrò don Antonio. E questo giornale fu onorato di offrirgli il patrocinio del proprio avvocato, Luigi Pasini. Il 26 giugno del 2000 la sentenza: giornalista assolto per aver esercitato il diritto di cronaca, don Antonio assolto per aver esercitato il diritto di critica. In mezzo, 4 anni di amicizia profonda. Don Antonio era amore per i suoi simili. Spontaneità fanciullesca. Coraggio. Ricordo gli infiniti racconti dei viaggi all’est per portare denaro (quasi sempre il suo) alle famiglie poverissime dei carcerati. Ricordo la difesa degli ultimi, dei poveri, dei condannati. Persino degli assassini. A cui cedeva la propria stanza in canonica. Ricordo le lettere di monito ai paesani con il cuore indurito dalla paura dello straniero. Di lui mi resta un’icona lignea portatami dalla Moldova, che riguardo ogni sera. E la sua immensa lezione di dottrina sociale. —



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