«Zen non è un ranger senza scrupoli Sparò per difendersi»

Il legale del vigilante condannato a 9 anni ricorre in Appello «Nell’auto dei banditi trovate tracce di polvere da sparo»

/ vedelago

Non vuole passare come uno “sceriffo” improvvisato. Come un vigilante senza scrupolo che ha agito per uccidere un bandito in fuga. Massimo Zen, attraverso il suo legale, l’avvocato Daniele Panico, è pronto a ricorrere in Corte d’Appello contro la sentenza di condanna a 9 anni e 6 mesi, inflittagli a febbraio dal giudice Piera De Stefani, per l’omicidio del bandito Manuel Major.


Un corposo ricorso che il legale ha già steso e che farà perno su diversi punti deboli dell’accusa. In primo luogo, le particelle di polvere da sparo, trovate nel corso delle perizie all’interno dell’abitacolo della Bmw station wagon grigia, rubata a Silea quella stessa notte dai tre banditi per andare a fare gli assalti ai bancomat. «Quella è la prova del fatto - spiega l’avvocato Panico - che i banditi in fuga, come aveva detto nell’immediatezza Zen, erano armati e che avevano sparato almeno un colpo. Il vigilante della Ranger, inoltre, non sparò ad altezza d’uomo come sostiene la pubblica accusa. Zen fece fuoco nel disperato tentativo di fermare la macchina dei banditi in fuga, non a caso un colpo si conficcò nel vano motore. Ciò dimostra che la guardia giurata non sparò per uccidere ma per fermare l’auto e i successivi due colpi solo per salvare la propria vita da persone senza scrupoli che tentavano in tutti i modi di scappare anche a costo della vita altrui».

Per la difesa c’è un’altra incongruenza della procura che doveva essere tenuto conto in sentenza. «I due banditi che viaggiavano in auto con Manuel Major - prosegue l’avvocato Panico - sentiti dagli investigatori, avevano testimoniato di aver visto l’auto di Zen fermarsi e posizionarsi di traverso mentre stavano arrivando a Barcon. Anche questo è un elemento importantissimo perché smentisce la ricostruzione dell’accusa, secondo la quale, invece, Zen era appostato da tempo sul luogo della tragedia e in posizione di tiro. Se gli stessi banditi dicono di aver visto Zen posizionarsi con l’auto, alla velocità in cui viaggiavano, vuol dire che la reazione del vigilante è stata di mera difesa. Sia chiaro che i banditi scappavano dai carabinieri e a Barcon hanno affrontato Zen, cercando di ucciderlo».

Per l’avvocato Panico, dunque, la condotta di Zen fu un’ inequivocabile legittima difesa: «Tutto ciò dimostra - conclude - che la norma sulla legittima difesa non è sufficiente per tutelare gli uomini in divisa. Confidiamo che in Appello la sentenza di primo grado venga ribaltata, rendendo giustizia a Massimo Zen». —

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