Gaiatto: «Il crac perché terrorizzato dai Casalesi»

I rapporti con i clan nella deposizione del falso broker che truffò centinaia di risparmiatori anche nella Marca

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«Mi sento preso in giro, se le cose non cambiano qui ci scappa il morto». Così parlo il presunto boss dei Casalesi di Eraclea, Luciano Donadio, rivolgendosi, in un bar di San Stino di Livenza appena fuori l’autostrada, al falso broker di Portogruaro Fabio Gaiatto dal quale lui e il suo amico Samuele Faè pretendevano la restituzione dei 6 milioni di euro che gli erano stati affidati. Era l’estate del 2018. A settembre Gaiatto sarebbe finito in manette. Ieri, nell’aula bunker di Mestre, è stato lo stesso Gaiatto, già condannato in appello a 10 anni per la truffa nella quale sono spariti oltre 70 milioni di euro investiti da più di mille risparmiatori, moltissimi dei quali nella Sinistra Piave trevigiana e in particolare nell’Opitergino Mottense, a raccontare i suoi rapporti con il clan dei Casalesi. Spalancando così le quinte su un Nordest nascosto in cui si intrecciano le vicende di imprenditori con le buste di “nero” da reinvestire, piccoli risparmiatori abbagliati dal miraggio dei soldi facili, presunti broker che assicurano tassi di rendimento tra il 5 e il 7% su base mensile, i camorristi di Eraclea e di Casal di Principe, faccendieri e torbidi mediatori d’affari.


Davanti al collegio presieduto da Stefano Manduzio, rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Roberto Terzo e Francesca Baccaglini, l’ex broker Gaiatto che in questo processo è ritenuto vittima di estorsione e si è costituito parte civile ha ricostruito i rapporti con Faè, sodale del clan dei Casalesi, e poi con Donadio. Sarebbero stati tre ragazzi di Caorle, tra i quali uno figlio di un ex carabinieri in rapporti di amicizia con Claudio Casella, a presentargli Faè, che aveva a disposizioni, gli dissero, grandi somme da investire. Dopo un primo incontro in Slovenia, a Capodistria, dove c’erano gli uffici della società di Gaiatto, Faé consegno i primi 50 mila euro. «Credo volesse vedere come lavoravo. Gli ho garantito interessi tra il 5% e il 7% mensili, e lui mi ha affidato i soldi. Per garantire gli interessi facevamo trading», ha spiegato Gaiatto, «speculando sulle principali valute: euro, dollari e franchi svizzeri». Siamo all’inizio del 2017. Faè si fida, e gli consegna, in due tranche e con due bonifici, 10 milioni di euro. Da dove arrivano i soldi? Gaiatto ha detto di essersi «sentito tranquillo rispetto alla provenienza perché le due banche, di cui una di sicuro era la Popolare di Vicenza, lo avevano acconsentito». Faé gli avrebbe spiegato - ha detto ieri Gaiatto - che quei soldi erano in parte suoi, frutto di un’impresa di rottami ferrosi a Porto Marghera, e in parte gli erano stati affidati dall’imprenditore vicentino Michele Ameduni, che però ha sempre smentito la circostanza.

I problemi scoppiano quando il castello di carte di Gaiatto crolla: lui sostiene che i soldi gli siano stati rubati dai suoi collaboratori contabili, e lui, dopo aver restituito a Faè 4 milioni di euro, non riesce a saldare il debito degli altre sei. È la primavera del 2017. Gli incontri al bar sono quasi quotidiani e in un caso, capendo che i soldi non torneranno indietro, Donadio minaccia Gaiatto: o trovi i soldi o ci scappa il morto. «È stata l’unica volta che mi ha minacciato. Quando gli ho chiesto tre settimane sapevo che non ce l’avrei fatta, ma speravo di trovarne almeno uno», ha detto ieri in aula l’ex broker di Portogruaro. I sei milioni poi non salteranno fuori, Gaiatto riuscirà a trovare solo alcune centinaia di migliaia di euro. A conti fatti la truffa di Gaiatto sarà di parecchi milioni di euro, e tra questi i 6 che gli aveva affidato Faè. —

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