L’isola rossa in Sinistra Piave Dai metalmezzadri alla Lega

“Sinistra Piave tra politica e lavoro” dei sindacalisti Cgil Ottaviano Bellotto e Gianni Girardi indaga il fenomeno che a cavallo degli anni ’70 e ’80 produsse molte giunte di sinistra

IL LIBRO



Rileggere il passato per capire il presente, è la grande lezione della storia. È anche l’operazione che hanno magistralmente compiuto Ottaviano Bellotto e Gianni Girardi, attivisti e dirigenti sindacali di lungo corso, con il libro “Sinistra Piave tra politica e lavoro, protagonisti negli anni settanta e ottanta”, edito da Cgil Spi e Istresco, che raccoglie una trentina di testimonianze dei protagonisti della vita politica, amministrativa, sociale di quegli anni straordinari in cui Pci e Psi seppero intercettare in Sinistra Piave le esigenze di una classe sociale in trasformazione per renderle oggetto di programma. Tanto da garantirsi «nelle tornate elettorali degli anni settanta (amministrative del 1975 e politiche del 1976)», come ricorda il segretario generale della Cgil Treviso Mauro Visentin, nella prefazione, «un consenso mai raggiunto prima intercettando soprattutto il voto dei giovani. Un consenso che portò alle prime giunte comunali di sinistra, anche nelle zone del Coneglianese e del Vittoriese». Una manciata di Comuni che misero al centro delle proprie scelte una visione urbanistica diversa, più a misura di cittadino, il concepimento dei servizi sociali alle fasce deboli di popolazione, servizi scolastici organizzati, solo per fare qualche esempio. L’enclave rossa nel Veneto bianco, come la definisce lo storico Istresco Livio Vanzetto, si identifica soprattutto, tra il 1975 e il 1985, in sette comuni: Godega, Susegana, Gaiarine, Orsago, Cordignano, Vittorio Veneto, Santa Lucia. Il libro di Bellotto e Girardi ci permette , appunto, di analizzarne le cause, di capire, attraverso le testimonianze rese dai protagonisti, i motivi di tale fenomeno. Una delle risposte più convincenti la fornisce lo stesso Vanzetto, chiedendosi se «la comparsa dell’isola rossa è il risultato della riemersione nel particolare clima postsessantottesco di una radicata tradizione di sinistra, o è invece la conseguenza dei traumi e delle cesure sociali e culturali provocati dall’industrializzazione?». Vanzetto sembra propendere per il primo elemento, quello della continuità. E lo fa, segnalando che in altre aree della provincia molto industrializzate, la Castellana e l’Asolano, la Dc mantenne tranquillamente il suo predominio. «Il vero problema storiografico», osserva allora Vanzetto, «resta quello di stabilire come mai proprio in Sinistra Piave si fosse creata all’inizio del Novecento, una solida base socialista». Tale radicamento, secondo lo storico trevigiano, nasce «perché, tra i contadini della zona, esisteva da tempo un bisogno esistenziale di alternative politiche, connesso alla massiccia e opprimente presenza in Sinistra Piave della mezzadria classica, una forma di conduzione dei terreni del tutto minoritaria invece in Destra Piave». L’interrogativo successivo è chiedersi perché questo patrimonio culturale e politico di sinistra si sia dissolto all’inizio degli anni novanta. Lo stesso Vanzetto prova a identificare la crisi di quegli anni con la crisi del “patronage”, un sistema di rete paesano che rappresentò per decenni una forma, anche clientelare, di rappresentanza e costruzione di consenso politico basato sui bisogni di sussistenza dei ceti più poveri. E che a inizi Novecento era stato strutturato anche dai socialisti in Sinistra Piave, in alternativa a quello cattolico-parrocchiale della Dc. Il sistema andò in crisi anche nei cosiddetti “comuni rossi”, benché gli sforzi, come testimoniano i protagonisti nel libro, per mutarlo in una più diretta e coinvolgente partecipazione delle masse alla cosa pubblica, fosse stato notevole. «Dopo la crisi del “patronage”, il consenso degli ex contadini sia della Sinistra che della Destra Piave finì per concentrarsi su una formazione politica nuova, la Lega (...). Evidentemente il rosso e il bianco del passato erano stati il risultato di una mano superficiale di colore», osserva Vanzetto, «i contadini bianchi e rossi della Destra e Sinistra Piave (e i loro eredi attuali) condividevano una radicata diffidenza verso lo Stato (…) un confuso desiderio di rivalsa; tutti sentimenti che la Lega, evidentemente, ha saputo cogliere e interpretare meglio delle altre formazioni politiche. Colpa anche della cultura elitaria dominante in Italia e nel Veneto che non si è mai preoccupata di studiare e conoscere davvero i ceti popolari», conclude tranchant lo storico.

Un’analisi in alcuni punti condivisa da Andrea Dapporto, ex sindacalista. Che focalizza l’attenzione sulle cosiddette “agenzie formative” delle classi dirigenti di allora (in cui «i momenti di contiguità tra il centro e la sinistra erano molti», basti pensare alla parrocchia, agli scout etc.) e sui patti agrari e sulla mezzadria: «La formazione delle classi dirigenti che differenzia la Sinistra Piave dal resto della Provincia è la natura dei patti agrari », dove, appunto, è predominante la mezzadria. «Il metalmezzadro è figlio di questa cultura» di contiguità, osserva Dapporto, «che ancor prima che sindacale è antropologica». Insomma, anche per Dapporto esiste una uniformità culturale di base, e contadina, in Sinistra Piave e «le principali agenzie formative delle classi dirigenti non distinguevano tra destra e sinistra». Questa cultura popolare comune, scrive Dapporto, «ha al centro una visione di coesione sociale», che tende a ricomporre i conflitti. Anche per questo le amministrazioni di sinistra «non si consolidano e l’alternativa sarà largamente assunta da una Lega che si connaturerà, soprattutto nella prima fase, in una chiave culturale e politica democristiano-dorotea».

Particolarmente d’attualità, nel libro di Bellotto e Girardi, la testimonianza di Michelangelo Dalto, storico consigliere comunale del Pci. Dalto osserva come, a fronte di una realtà operaia in grande espansione e a un movimento studentesco in fermento, come avveniva d’altra parte in quegli anni in ogni altro angolo d’Italia, Conegliano-città restasse piuttosto impermeabile ai venti di cambiamento. Una Conegliano racchiusa tutta nel suo centro storico, costituita da «una borghesia e una imprenditoria concentrate totalmente sullo sviluppo economico, che in quel momento era fortissimo e che ha conseguito importanti traguardi, ma che al tempo stesso ha escluso dal sistema il riconoscimento e i benefici dovuti ai lavoratori».

Per esempio, sottolinea Dalto, Conegliano conosceva bene il contributo che la Zoppas aveva dato alla città, «ma non riconosceva il valore rappresentato dagli operai, faceva finta che non esistessero».

Molti di quei lavoratori tra gli anni sessanta e settanta si erano trasferiti nei quartieri periferici della città, soprattutto a Parè, ma anche a Campidui e Campolongo. «La Zoppas», scrive Dalto, «veniva considerata come una realtà avulsa, nel senso che esisteva il padrone e la Dc con la quale si rapportava, mentre gli operai confinati nelle periferie delle quali non ci si doveva occupare, erano invisibili». Un’analisi che, a ben guardare, serve anche come chiave d’interpretazione dell’attuale momento di Conegliano, in cui due formazioni di centrodestra si contendono l’amministrazione della città, con la sinistra confinata al ruolo di comprimario. —

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