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Vendemmia, tra i filari trevigiani a 3 euro all’ora: più controlli anti caporalato

Da settembre nella Marca gli avvisi di appalto vanno registrati all’ente bilaterale. Atalmi (Cgil): «Furgoni all’esterno degli hub dei profughi per reclutare operai»

TREVISO. Operai stranieri a tre euro l’ora, reclutati per la vendemmia davanti agli hub per l’accoglienza dei migranti, ospitati in alloggi di fortuna per tutto il periodo della raccolta.

Manodopera a bassissimo costo che prolifera, secondo le segnalazioni delle forze sociali, tra i vigneti della Marca tra settembre e ottobre, veri casi di caporalato che rischiano di ripresentarsi anche quest’anno: «Più che un rischio, è una certezza» afferma Nicola Atalmi, segretario regionale della Slc Cgil.

Appalti al microscopio

Da quest’anno in provincia di Treviso cambiano le regole: grazie alla contrattazione sindacale portata avanti nei mesi scorsi, dal primo settembre tutti gli avvisi di appalti nell’agricoltura vanno comunicati all’ente bilaterale Fiimi-Ebat, di fatto una sorta di bacheca pubblica dei contratti di appalto per verificare l’adeguatezza degli stipendi e la trasparenza delle società.

Norme più severe

«La ricchezza del prodotto Prosecco attrae pericoli come il caporalato» conferma Rosita Battain, Flai Cgil Treviso. «I fenomeni di questo tipo sono legati alla stipula di appalti poco trasparenti. Abbiamo messo un freno a questo fenomeno grazie alla trattativa sul contratto provinciale del lavoro agricolo, dicendo che l’ente bilaterale Fiimi-Ebat dovrà diventare il punto su cui convergere almeno gli avvisi di tutti gli appalti che verranno stipulati dal primo settembre in poi in provincia di Treviso. In questo modo tutte le organizzazioni sindacali che siedono al tavolo dell’ente bilaterale, datoriali o dei lavoratori, possono avere notizia del numero degli appalti e della loro tipologia, verificando il fenomeno».

Il grosso del lavoro, tuttavia, sarà fatto ascoltando i lavoratori: «Negli ultimi anni alcune aziende, soprattutto le più grandi, terziarizzano grandi fette di lavoro. Ed è in quel contesto che a volte possono annidarsi fenomeni di sfruttamento».

Ridotti in schiavitù

Nicola Atalmi ha sempre osservato da vicino il fenomeno, ed è stato il primo a segnalare lo strano viavai di mezzi e uomini all’esterno delle caserme in cui sono ospitati i migranti nella Marca. «Se volessimo controllare in modo serio il lavoro nero durante il periodo di vendemmia, sapremmo perfettamente dove andare a guardare» sottolinea Atalmi, «il problema c’è sempre stato, ma i controlli in questa fase spettano a forze dell’ordine e ispettorato del lavoro».

Ci sono due piani da considerare: quello del lavoro completamente abusivo, fatto appunto di furgoncini che caricano di prima mattina operai stranieri reclutati nei centri d’accoglienza, e quello più “strutturato” di alcune cooperative, spesso straniere, cui si affidano le aziende locali.

La casistica è varia: «Ci sono stati casi di persone ridotte in vera e propria schiavitù» conferma Atalmi, «il vero caporalato è quando il caporale percepisce i soldi del lavoratore e decide quanti lasciargliene, oppure quando sequestra i documenti dell’operaio e decide dove deve dormire e dove mangiare. Di fatto dispone della sua intera vita».

Danno d’immagine

Ma i caporali esistono anche laddove il contratto di lavoro è regolare: «C’è chi si prende una fetta di stipendio dell’addetto, e questo è un fenomeno frequente soprattutto nelle realtà più piccole. Ci sono operai che sono controllati dai caporali in tutto e per tutto. Finora sono sempre stati casi isolati, ma anche un solo episodio è troppo» continua Atalmi. «Serve lo sforzo di tutti per non infangare un mondo come quello del Prosecco, sarebbe un danno d’immagine devastante per le colline che sono pure patrimonio Unesco. È necessario un patto tra i produttori per isolare chi utilizza forme di sfruttamento di questo genere».

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