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I familiari del sub trevigiano morto in Sardegna chiedono l’autopsia. «Vogliamo la verità sulla morte di Fabio»

Fabio Pavan, 55 istruttore subacqueo e i familiari al suo funerale

La procura di Cagliari ha aperto un fascicolo contro ignoti ma i parenti premono per l’esame clinico. Ora la palla passa all’Usl

TREVISO. I familiari di Fabio Pavan, l’istruttore sub trevigiano, morto a 55 anni, il 19 luglio scorso, durante un’immersione al largo di Villasimius in Sardegna, vogliono conoscere la verità sulla sua morte. Vogliono capire le cause esatte del decesso per allontanare qualsiasi dubbio diverso da quello che finora è stato ipotizzato: un malore, probabilmente un infarto. Ma dovuti a che cosa?

La procura di Cagliari aveva subito aperto un fascicolo contro ignoti concedendo, poche ore dopo la tragedia, il nulla osta per i funerali con divieto di cremazione del corpo. Ora, a distanza di due settimane dalla tragedia, senza ancora nessun riscontro ufficiale, arriva dai familiari, attraverso il loro legale, l’avvocato Antonella Picco, la richiesta di un riscontro diagnostico. In altre parole, un’autopsia sul corpo di Fabio Pavan. Nelle ultime frenetiche ore, il legale trevigiano Picco è riuscito a ottenere dalla procura di Cagliari l’autorizzazione dalla procura di effettuare l’autopsia e ora la pala passa all’Usl di Treviso, dalla quale si attende una decisione e, in caso positivo, soprattutto una data.

Per il momento la procura di Cagliari, a parte l’apertura di un fascicolo a carico di ignoti, non ha preso altre decisioni particolari. Le bombole di ossigeno non sono state nemmeno sequestrate. Ora con l’esito dell’eventuale autopsia, tutto potrebbe essere più chiaro.

La tragedia risale ad un paio di settimane fa. Pavan era un istruttore molto preparato, specializzato nella caccia ai relitti e quel giorno si era immerso con altri sette sub nella cala di Maracalagonis, a pochi chilometri da Torre delle Stelle, nella zona di Villasimius, la nota località a Sud Est della Sardegna. Per Pavan non ci fu nulla da fare, nonostante gli immediati soccorsi dell’inseparabile amico Stefano Bagarotto e degli altri compagni di immersione, tutti veneziani. Tutto è avvenuto di buon mattino: gli otto subacquei si erano immersi di buon’ora per visitare il relitto dell’Isonzo, piroscafo armato della Marina Militare Italiana, affondato il 10 aprile 1943 dal sommergibile inglese “Safari” mentre navigava da Cagliari a La Maddalena.

Il relitto giace da allora a circa 50 metri di profondità. La situazione era precipitata all’improvviso e Pavan si sentì male quasi subito, a 10 metri di profondità: i compagni si erano accorti che non dava più segni di vita, e che era in balia della corrente. Lo avevano subito soccorso, riportandolo presto in superficie, mentre dalla barca di appoggio, scattava la macchina dei soccorsi, con l’intervento della Guardia Costiera.

Ma tutto risultò vano, come i tentativi di rianimare il subacqueo trevigiano praticati dai compagni: anche il personale dell’elicottero del 118, arrivato sul posto sorvolando le affollate spiagge di Torre delle Stelle, non aveva potuto che certificare il decesso dell’uomo, recuperato da un mezzo della Guardia Costiera. Successivamente gli amici avevano dovuto fare la cosa più straziante: dare la dolorosa notizia alla moglie Franca, dipendente del comune di Treviso, (settore scuola-servizi sociali e cultura), che attendeva il marito. La coppia era partita una settimana prima e aveva preso in affitto con gli altri amici un appartamento per 15 giorni, lì nella zona.

Pavan era stato il terzo sub a perdere la vita in Sardegna in appena una settimana. Una tragica catena luttuosa nell’estate della ripartenza. Ora la salma di Pavan è stata tumulata provvisoriamente in attesa che l’eventuale autopsia faccia chiarezza, così come richiesto dai familiari del sub trevigiano morto in Sardegna.

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