Profughi, riparte l’accoglienza nella Marca ma per quella diffusa ci sono solo cento posti

Via alle gare per gli affidamenti: in ballo 15 milioni di euro. Ridotta in partenza la disponibilità per le strutture minori: «I centri più piccoli facilitano i rapporti sociali, ma sono stati massacrati»

TREVISO. Mentre a Lampedusa proseguono gli sbarchi di migranti a sovraccaricare il piccolo hotspot sull’isola, e mentre la Lega torna ad alzare la pressione sul tema pressando il governo Draghi, a Treviso la Prefettura riapre le gare per l’accoglienza dei profughi.

ano da piazza dei Signori, sede della Prefettura. Le presenze andranno divise a scaglioni e salta all’occhio come l’accoglienza diffusa, ovvero quella in appartamenti o piccole abitazioni inserite nel tessuto urbano, sia stata riservata una quota ridotta: 100 posti.

Più spazio ai grandi

Le gare pubblicate fino ad oggi sono tre: una riguarda l’accoglienza dei profughi in strutture domiciliari (quindi appartamenti o piccole case) fino ad un massimo di 50 posti per progetto; la seconda quella per l’accoglienza in centri con capienza totale inferiore ai 50 posti; l’altra per centri capaci di accogliere al loro interno un massimo di 100 persone.

A breve dovrebbe essere pubblicato anche il bando per i centri con standard di accoglienza che permettano di ospitare dalle 101 persone alle 300 ma c’è un dato che salta subito all’occhio ovvero la scelta, a quanto pare autonoma, della prefettura, di mettere a disposizione solo una piccola parte dei posti per i progetti della diffusa.

Per l’accoglienza in strutture abitative fino a un massimo di 50 posti (per progetto e quindi in più ambienti) la Prefettura ha messo a disposizione infatti solo 100 posti, assegnandone invece 100 ai centri “collettivi” fino a 50 posti (tutti in un’unica struttura) e 200 a quelli in struttura collettiva con capacità dai 51 ai 100 posti. Una scelta fatta valutando la realtà attuale? Pare di sì visto che nella Marca il muro dei sindaci all’accoglienza diffusa ha sempre fermato il sistema dei piccoli appartamenti poi picconato dal Decreto Salvini che ha favorito il grandi centri.

Il costo e i grandi hub

Sul piatto, solo per queste tre gare, c’è un monte economico pari a poco più di 15 milioni di euro che verranno spesi solo e se ci saranno offerte per tutti i 400 posti messi in gara. Qualora non ci siano, alla prefettura non resterà altro da fare che alzare l’asticella fino a rimettere mano ai bandi per l’assegnazione della gestione dei due hub governativi ormai da anni allestiti all’ex caserma Zanusso di Oderzo e alla ex Serena tra Treviso e Casier; hub provinciali nati proprio per l’ostilità del territorio alla gestione diffusa dell’immigrazione.

Il confronto

Stando ai numeri dei bandi pare chiaro che nella Marca la Prefettura parta dando per scontato che nessuno si farà avanti per gestire piccole strutture. Si parte col freno a mano tirato pensando al passato, ed anche al clamoroso “niet” della tante associazioni e Onlus che dopo l’entrata in vigore del Decreto Salvini rinunciarono a piccoli progetti di accoglienza ritenuti «non più sostenibili».

Ma su questo giova fare un confronto. L’occasione la offre l’identico bando per l’accoglienza dei migranti aperto dalla Prefettura di Venezia il 23 giugno scorso. Le cifre, parametrate su un servizio che «negli anni è andato strutturandosi nel territorio veneziano», sono diametralmente opposte: 700 i posti messi a disposizione per l’accoglienza in unità abitative con capacità massima 50 posti; 200 posti per i centri collettivi fino a 50 letti; 100 per quelli collettivi dai 51 ai 100 letti. Numeri che se nel coplesso parificano il numero complessivo delle presenze in tutta la Marca, evidenziano come la gestione del fenomeno sia affidata soprattutto a piccole realtà che hanno resistito.

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IL FOCUS

Oltre 110 milioni spesi dal 2013 ad oggi in provincia di Treviso

Il fenomeno migratorio è iniziato come un rivolo d’acqua, si è trasformato in un fiume in piena, poi è tornato rio ed oggi dipende da qual che succederà nei paesi dalle fascia mediterranea dalla Turchia alla Libia. Una sola cosa è certa: fno ad oggi nella sola provincia di Treviso per gestire l’accoglienza sono stati spesi oltre 100 milioni.

Nel 2013, quando il fenomeno ha fatto capolino, le cifre erano irrisorie: 200 mila euro messi a bilancio dalla prefettura di Treviso. L’anno seguente (2014) l’asticella si è alzata a 1,5 milioni circa. Ancora inezie. È il 2015 a far registrare la prima grande impennata: il boom degli sbarchi porta i bandi della prefettura a quota 9,4 milioni.

La gestione del fenomeno è emergenza allo stato puro, tra barricate leghiste e flussi in crescita tocca aprire l’hub alle Serena. Dal 2015, e per tre anni pieni, la spesa per la gestione dell’immigrazione non fa che salire come il numero degli ospiti: 22 milioni nel 2016, oltre 24 milioni nel 2017; oltre 31 milioni nel 2018 quando la Marca, come il resto d’Italia, pur registrando ancora un altissimo numero di presenze, vede sistematicamente calare il numero degli sbarchi grazie al primo argine alzato dall’allora ministro Minniti. Gli arrivi via mare calano: 119 mila del 2017, 23 mila nel 2018. Il trend prosegue nel 2019 (11.439 sbarchi) e 17 milioni spesi nella Marca, ma torna a crescere nel 2020 (trentamila sbarchi) e 12 milioni rendicontati in provincia (il dato ridotto perché gli hub erano già nel conto 2019).—

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IL RACCONTO

Kezraji: «I centri più piccoli facilitano i rapporti sociali ma sono stati massacrati»

«Le piccole realtà sono fondamentali perché aiutano i ragazzi a crescere, autogestirsi, confrontarsi con i vicini, ma con le regole di oggi sono pressoché impossibili da gestire come si dovrebbe». Parola di Abdallah Kezraji, che con la sua Coop Hilal è uno dei gestori che attualmente lavorano nel business dei migranti.

Kezraji ne ha viste e fatte di tutti i colori: dalle tende da campo allestite per affrontare l’emergenza arrivi, alle maxi strutture prese in affitto per allargare gli affari. Si è costruito un ruolo chiave, nella Marca, nella gestione del fenomeno migratorio inventandosi un mestiere – se si vuol dire così – passando dalla gestione teorica dell’immigrazione (è sempre stato presidente della Consulta regionale per l’immigrazione) alla pratica. Oggi la sua Hilal controlla centri di accoglienza sopra le 50 unità, ma anche piccoli appartamenti. Con la Cooperativa Auryn di Damiano Dall’Armellina sono le uniche che ancora offrono l’accoglienza in piccoli appartamenti sparsi nella provincia.

Kezraji, qual è oggi la realtà dei piccoli?

«Un realtà purtroppo ridotta e messa alle strette. Le strutture diffuse penso siano le uniche in grado di insegnare agli ospiti regole di convivenza vera con la società, rapporti di vicinato, strutture sociali. Organizzarle, gestirle è un lavoro bellissimo proprio per il loro contesto urbano, ma anche per questo molto delicato e faticoso».

Si può fare ancora?

«Con il decreto Salvini sono stati tagliati i servizi fondamentali per l’integrazione come il sostegno psicologico, le ore di mediazione culturale e perfino – è paradossale anche solo dirlo – l’insegnamento di italiano. Limitazioni che hanno tagliato le gambe al servizio, e che unite alla riduzione drastica dei compensi standard per i piccoli hanno allontanato o gestori e favorito i grandi centri a scapito dell’integrazione».

Non crede nelle grandi strutture?

«I grandi centri, quelli con centinaia di accessi, sono a mio avviso inutili perché rischiano di essere una bomba sociale, per la difficoltà di gestione interna, per l’assenza di spazi veramente privati, per la mancanza di un rapporto diretto con il territorio. È una considerazione generale che esula dal fatto che a Treviso siano gestiti bene, con attenzione».

I ragazzi e gli adulti ospitati sentono la differenza?

«Ovviamente sì. Sono contesti diversi. Va detto però che fortunatamente oggi molti immigrati sono assai diversi da come eravamo noi negli anni Novanta (Kezraji stesso è immigrato della prima ora, ndr). Noi facevamo fatica ad inserirci, oggi la tecnologia aiuta molto i profughi con la lingua, il lavoro, i contatti. Non sono più sradicati come eravamo noi, ma bisogna lavorare per farli inserire a dovere».

E come?

«Con progetti di inserimento vero, diffusi in primis, e aumentando la quota di 18 ero nel sostegno ai piccoli centri perché non basta a pagare un servizio degno, oltre ai costi per l’affitto e servizi aggiuntivi. Piccolo è meglio, più che bello».—

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