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Tragedia del Molinetto, sette anni fa: «I nostri quattro morti sono dimenticati»

Michela Biz Da Re, vedova di Fabrizio Bortolin  

La vedova di Fabrizio Bortolin, che perse la vita al Molinetto: «Tante promesse disattese e ora solo il silenzio assoluto»

REFRONTOLO. La sera del 2 agosto di 7 anni fa. Una bomba d'acqua si abbatte con tutta la sua potenza contro le colline di Refrontolo, fa tracimare il Lierza, che in pochi istanti, al Molinetto della Croda, spazza via persone, strutture, automobili.

Quattro i morti, almeno una ventina di feriti. Perdono la vita Maurizio Lot, 50 anni, collaboratore della pro loco di Refrontolo, Luciano Stella, 50 anni , gommista di Pieve di Soligo, Giannino Breda, sessantenne di Falzè di Piave, Fabrizio Bortolin, 48 anni, di Santa Lucia di Piave. Chi si ricorda di loro oggi? Nessuno, «proprio nessuno» ammette con amarezza Michela Biz Da Re, moglie di Fabrizio. «Io certamente non mi sono dimenticata, neppure mia figlia di 9 anni, che sempre mi chiede di essere portata là dove è morto suo padre, ma io non me la sento» sottolinea la signora.

Domenica alle 9.30, nella chiesa parrocchiale di Ponte della Priula, don Andrea Forest, cappellano e direttore della Pastorale sociale e del lavoro, ha celebrato la messa in cui si farà memoria di Bortolin.Un n errore umano sta alla base della tragedia di Molinetto della Croda sentenziava l’anno scorso la Corte d'Appello di Venezia stabilendo le assoluzioni per Valter Scapol, il presidente della locale Pro Loco, gli architetti Annalisa Romitelli (all'epoca dei fatti responsabile dell'ufficio tecnico del Comune), Leopoldo Saccon e il geologo Celeste Granziera (questi due ultimi i tecnici della Tepco, lo studio che si occupò della consulenza per la redazione tecnica del Pat), finiti a giudizio con l'accusa di disastro colposo. È in corso una nuova azione legale intrapresa dai famigliari di Luciano Stella.

L'errore umano risiederebbe nella sottovalutazione del rischio da parte dei soggetti presenti alla festa, che avrebbero continuato, secondo i giudici, a trascurare la progressiva crescita del livello dell'acqua fino al momento in cui si sono trovati intrappolati sulla pedana interna al capannone.

«Ma io mi chiedo perché, al di là di questa sentenza, i nostri morti siano stati del tutto dimenticati. In occasione della tragedia e nel primo anniversario, in tanti esternarono promesse di sostegno, lanciarono iniziative alla memoria; tanti bei discorsi, e da 5 anni almeno invece c’è il silenzio assoluto – afferma la signora Michela Biz Da Re - per fortuna che non ho atteso nessuna di queste promesse, mi sono rimboccata le maniche, ho trovato un lavoro e ho allevato mia figlia. Ma i comportamenti umani hanno lasciato molto a desiderare». Nessuna cerimonia, infatti, in occasione del settimo anniversario. «Pare che la parola d’ordine sia: dimenticare» constata con amarezza la vedova. —

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