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Unesco, Treviso ha carte da giocare: «Ma deve unire le mura alle sue acque»

Il direttore di Fondazione Benetton: «L’unicità del capoluogo è anche nei suoi canali. E guai dimenticare gli affreschi»

TREVISO. Suona strano pensare che l’effige di “Urbs picta”, a lungo speso per caratterizzare Treviso, oggi sia il titolo onorifico di Padova patrimonio Unesco. In città c’è chi mastica amaro e chi come il sindaco di Treviso Mario Conte guarda altrove, alle mura del capoluogo, preparando il progetto per presentare la candidatura trevigiana all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura. Il progetto piace, ma a detta del direttore della Fondazione Benetton studi e ricerche, «da solo potrebbe non bastare».

«Treviso ha una unicità che va oltre le mura, e di cui le mura stesse sono una importantissima parte» sottolinea infatti Luigi Latini, architetto paesaggista e docente universitario, «le sue acque, i suoi canali, che con le mura sono anche un tutt’uno».

La corsa Unesco

La nomina Unesco di Padova dei giorni scorsi grazie ai prestigiosi affreschi all’interno delle sue chiese e dei suoi palazzi ha innescato Treviso, che oltre a «lavorare per un ponte con il capoluogo euganeo» come ha detto il sindaco Conte, sta mettendo insieme il progetto per candidare le mura all’Unesco. È un piano da 6 milioni (fondi europei) che prevede ristrutturazione e allestimenti percorsi museali, «quel che serve per promuovere un patrimonio unico, sia dal punto di vista strutturale che architettonico». Le associazioni che per mesi gli sono stati spina nel fianco per mesi (Italia nostra, Treviso sotterranea, Fai, etc...) concordano sulla unicità della cinta, e attendono i fatti, i restauri, «senza i quali non si può ambire all’Unesco» hanno detto più volte.

«Non solo mura»

E il dibattito si arricchisce anche di un’altra voce, quella di Fondazione Benetton, che per prima anni fa spese risorse e cervelli per approfondire il tema mura ed oggi, con il nuovo direttore Luigi Latini, consiglia Conte di «allargare lo sguardo». «L’unicità strutturale, ingegneristica e architettonica del manufatto è indubbia» dice Latini, «ma una candidatura Unesco che punti solo su questo può correre il rischio di essere riduttiva, poco attraente, soprattutto tenendo conto del fatto che le città murate siano tante, ed alcune con sistemi più completi di quello di Treviso e meno urbanizzati. Quel che serve ad una candidatura forte, è l’acqua. Treviso ha un carattere unico, fatta dei canali che la attraversano e che sono stati organizzati anche con la costruzione delle mura . Canali veri, vivi, attivi, alimentati da un sistema di sorgive a pochi chilometri dalla città, una unicità incredibile» sostiene Latini sostenendo che «mura e canali debbano costituire un tutt’uno». Dante non citò Sile e Cagnan a caso, vien da dire. E verrebbe da pensare ai tanti progetti di “Treviso città d’acque” annunciati ma rimasti in secondo piano Da De Poli (che immaginava il Sile navigabile fino alla città) ai giorni nostri. «Serve uno sguardo fresco, ampio» consiglia Latini, «meno improntato al “brand” e più al valore culturale». Non una critica all’amministrazione ma un consiglio operativo.

La mano tesa

Fondazione si candida a spalleggiare il Comune, per la ricerca, gli approfondimenti, gli studi a sostegno di una candidatura che in Fondazione potrebbe trovare professionisti titolati e già esperti di Unesco. E invita anche a non lasciare nel cassetto il grande lavoro fatto in passato per quella “Urbs picta” che conta la bellezza di 614 palazzi affrescati in tutto il centro storico. «Anche quella una incredibile unicità, che da sola basterebbe a fare di Treviso un patrimonio dell’umanità» sottolinea Latini, da tempo collaboratore della Fondazione, prima di diventarne direttore, e testimone del grande lavoro fatto per censire e documentare tutte le facciate dipinte della città. «Capisco le difficoltà di un recupero sistematico» ammette, «ma non può essere messo in secondo piano un simile tesoro... di città con l’interno dei palazzi e delle chiese affrescati in Italia ce ne sono a migliaia» ammette non senza una lieve vena critica sul progetto Unesco di Padova, «ma no se ne vedono tante capaci di offrite tanta varietà e bellezza a cielo aperto». 

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