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Investito in bici a Treviso, Gianluca non ce l’ha fatta. Il padre: «Adesso giustizia per mio figlio»

L’ultimo atto di generosità del 37enne clinicamente morto: ha donato gli organi. La donna che guidava soffre di epilessia

TREVISO. Non ce l’ha fatta Gianluca Marras, l’operaio 37enne che lunedì mattina all’alba, mentre percorreva la pista ciclabile che corre lungo la Feltrina, a Monigo, è stato investito di spalle da una Toyota Verso alla cui guida c’era una donna di 59 anni che ha perso il controllo della macchina, forse per un attacco epilettico. L’uomo lottava tra la vita e la morte nel reparto di terapia intensiva del Ca’ Foncello, mercoledì è stata dichiarata la morte clinica e la famiglia ha dato il suo consenso alla donazione degli organi.

«Un ultimo gesto d’amore di un ragazzo generoso, che nella vita ha dato agli altri tutto quello che aveva. Gianluca vivrà attraverso altre persone». Troppo importanti le ferite, troppo grave il trauma cranico.

L’incidente all’incrocio tra la Feltrina e via Zanchette, mentre Gianluca, magazziniere per la Bartolini di Casale sul Sile, si stava recando in un’agenzia di pratiche a due passi, per completare l’iter per prendere la patente. E adesso il papà Luigi, salito da Bari dove abita con la compagna, vorrebbe conoscere il medico che per primo ha iniziato a praticargli il massaggio cardiaco sull’asfalto insanguinato della Feltrina, strappandolo alla morte per poche ore.

Originario di Cagliari, Gianluca aveva vissuto a Ussana prima di raggiungere il padre in Veneto all’età di 16 anni, per lavorare con lui nei cantieri nautici della Marca. Tanto lavoro, per aiutare la figlia avuta dieci anni prima, Sofia, e soprattutto le due sorelle che abitavano con lui a pochi metri da dove è avvenuto l’incidente, in un alloggio di emergenza. Per il padre era un amico, per le sorelle, Tiziana e Giulia, un papà amorevole, anche se entrambe sono adulte. E adesso, senza di lui, sono distrutte dal dolore. E senza una figura di riferimento.

«Era lui che le manteneva» racconta il papà straziato dal dolore mentre cerca di mandare giù il nodo che ha in gola «era lui che le aiutava perchè in questo periodo non riuscivano a trovare lavoro e a una delle due è stato anche tolto il reddito di cittadinanza». Tre fratelli legatissimi, sempre assieme. «Lunedì Gianluca stava andando a fissare un appuntamento per l’esame di guida, era passato alla teoria, doveva fare la pratica, aveva già comperato l’auto».

Continua il padre: «Dicono che la donna alla guida abbia avuto un malore, forse l’effetto di qualche medicinale, la macchina l’ha tamponato nella pista ciclabile, ha rotto gli sbarramenti, lo ha fatto volare e si è fracassato il cranio». Il padre vorrebbe conoscere il medico che per primo lo ha soccorso. «Vorrei parlargli, ringraziarlo, mi piacerebbe si facesse vivo».

«Non voglio vedere chi ha fatto questo a Gianluca, mi spiace, ma non ce la faccio proprio, non lo posso accettare. Voglio giustizia». Non c’è rabbia nelle sue parole, solo lacrime, pianto e tanta sofferenza. «Per me non era solo un figlio, era un amico. Mi ha sempre dato una mano, ha girato con me i cantieri nautici, poi ha fatto altre mansioni. C’era per tutti noi. Un giovane d’oro. Non posso perdonare, soprattutto per le mie figlie, distrutte dal dolore».

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