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Chiari & Forti aggiudicata a Greenpackaging: un filo porta all’imprenditore Bruno Zago

La “Chiari& Forti” di Silea, compendio abbandonato da oltre dieci anni sulla riva del Sile 

La società bergamasca che ha vinto l’asta per l’immenso complesso immobiliare alle porte di Treviso fa imballi di carta, la amministra Rossi Alligi, commerciale di mister Pro-Gest. Le altre grandi partite immobiliari nella Marca: i maxipatrimoni pubblici e lo spettro della svalutazione 

TREVISO. Chi c’è dietro il maxi affare della “Chiari & Forti”? È la domanda che si sono posti tutti da martedì, quando l’asta per la vendita dell’immenso complesso immobiliare alle porte di Treviso si è chiusa con un’offerta a quota 2,5 milioni. La risposta è una serie di nomi e coincidenze che porta passo passo sulla soglia di Bruno Zago, fondatore del colosso Pro-Gest, specializzato nella realizzazione di imballi e lavorazioni della carta, che ad asta finita aveva detto: «Non ho vinto io».

CHI HA VINTO Andiamo con ordine, che in questi casi è la cosa migliore. A vincere l’asta indetta da Gobild (società specializzata nelle aste telematiche) è stata una società chiamata Greenpackaging Srl con sede a Pontirolo Nuovo in provincia di Bergamo. Lo si è saputo solo mercoledì, visto il riserbo sulla procedura e con le comunicazioni ufficiali al curatore del concordato della vecchia società di Caltagirone (la Sile Parco). L’azienda si è aggiudicata l’intero lotto pagandolo un sesto di quanto era stato valutato dieci anni fa. Un affarone calcolando ben 88 mila metri quadrati di superficie con cubature a sei cifre.

Ma chi è Greenpackaging? La società è nata il 21 aprile di quest’anno, giovanissima è usare un eufemismo. Cosa fa? On line non esiste, ma da visura camerale si occupa di “imballi di carta e cartone”... primo indizio. Capitale sociale? Dieci mila euro, pochino. Ma è bene proseguire approfondendo un po’. L’amministratore unico è un trevigiano, Rossi Alligi, classe 1974, una stranezza per una società bergamasca, ma può anche starci.

Un altro scorcio della Chiari & Forti sul Sile

IL FILO ROSSO Alligi è la figura attorno alla quale i puntini si potrebbero congiungere portando a casa Zago. È un venditore, si occupa anche di vino, ha collaborato con Villa Raspi e collabora con 2Cantine, sui social tanti “like” ai post della Trevikart. Cos’è? La società che ha fatto gli arredi in carta al polo vaccinale dell’ex Maber, proprietà di Bruno Zago ed è del gruppo Pro-Gest dell’imprenditore di Zero Branco... un altro indizio. La legge vuole che due indizi siano una coincidenza, tre diventino prova... tanto vale andare avanti. C’è un legame? Sì, perchè Alligi si occupa del commerciale per la Trevikart. Lo conoscono bene nella sede di Zero Branco (ieri rispondevano «non è in ufficio») e pure all’indirizzo di Istrana («vi facciamo contattare»), che è lo stesso della Progest. Guarda caso poi la Trevikart ha (o per meglio dire aveva, visto che ha annunciatola chiusura) una sede anche a Pontirolo Nuovo, provincia di Bergamo. Indirizzo? Via Bergamo 52, lo stesso indirizzo della Greenpackaging di Rossi Alligi. Quest’ultimo insieme di elementi può essere il terzo indizio, la prova?

NO COMMENT Rintracciato telefonicamente attraverso la Pro-Gest, Alligi non si sbottona. Replica «no comment» sia ai complimenti per l’acquisto della “Chiari & Forti” da parte della sua Greenpack, sia alla richiesta di informazioni a riguardo di un possibile collegamento Bruno Zago. Ci fosse non ci sarebbe di certo problema, quello che conta oggi è capire chi abbia intenzione di fare cosa nell’immenso compendio sulla riva del Sile, un complesso edilizio che mescola archeologia industriale ad aree da riqualificare totalmente. Una cosa è certa, Zago aveva detto il vero: «Non ho vinto io l’asta». E la sua azienda ieri si è dichiarata estranea ad ogni rapporto con la Greenpackaging e all’operazione “Chiari & Forti”.

LA STORIA Il 30 marzo 2007 veniva sottoscritta la convenzione urbanistica per il recupero dell’area ex Chiari e Forti: su 88mila metri quadrati prevedeva una cittadella di 250mila metri cubi tra recupero del vecchio mulino destinato ad albergo, la realizzazione del museo del Sile, la ristrutturazione di alcuni edifici lungo il fiume Melma e la costruzione di nuovi complessi di edilizia per residenza, commercio e uffici. Nel 2008 la Silea Parco Srl, riferibile al gruppo Caltagirone, presentò i progetti e ritirò ben 14 permessi a costruire che mescolavano la tutela degli edifici tutelati dalla Soprintendenza (vecchio mulino in primis) e nuovi interventi.

Fu poco dopo che Caltagirone, con l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan, l’allora presidente della Provincia Leonardo Muraro e l’allora sindaco di Silea, Silvano Piazza posarono per la foto di rito alla posa della prima pietra, che rimase anche l’unica. Nel 2012, a cantieri ancora da iniziare, la Silea Parco è andata ko, dichiarata in concordato preventivo. Da lì le aste che hanno portato alla vendita del lotto di martedì. Si partiva da 12,3 milioni, si è passati a 9,7, poi 7 milioni, quindi 5, infine 2,5.

La convenzione tra pubblico e privato (valida 10 anni e recentemente rinnovata per altri 5 anni dal Comune) prevedeva ben 12 milioni da investire per la realizzazione di opere pubbliche a beneficio di Silea: una scuola, palestra, uffici, un contributo per migliorare lo svincolo dell’A27, la rotatoria di via Cendon, la pista ciclopedonale di Cendon, opere pubbliche complementari di viabilità tra via Roma e via Treviso, la rotatoria tra via Sile e la Treviso mare, e via così... un elenco lunghissimo. Oneri commisurati alla cubatura realizzabile, e che potranno probabilmente essere trattati in virtù di quanto si vorrà costruire. Dipenderà dalla disponibilità del Comune e dalle proposte.

IL BUSINESS Ma quanto valgono esattamente le ex cittadelle? Gli ex consorzi? E i palazzi in cerca di riconversione? E i buchi neri che certo a Treviso non mancano? Anzi, si sono moltiplicati in decenni di mancate politiche di riqualificazione e di nuovo consumo di suolo, tra la periferia e il cuore del veneto agricolo? L’ “affaire” Chiari & Forti si è concluso, ma il prezzo minimo che ha contraddistinto le vendita dell’ex cittadella di Caltagirone – tempio industriale della Marca, ante litteram rispetto allo stesso mito del Nordest– non può lasciare indifferenti i grandi proprietari pubblici e privati di Treviso e della Marca.

Aleggia lo spettro di patrimoni da smagrire. Di ipervalutazioni del mattone pubblico, e privato, dismesso, da riportare a più congrue quotazioni. Sempre meno allettanti le prospettive di fare cassa, con le alienazioni: le aste vanno deserte, altro che meccanismi di rialzo. A proposito di provincia. L’ente di Sant’Artemio sta cercando invano da anni di vendere l’ex brefotrofio non distante dall’ex psichiatrico e soprattutto l’ex provveditorato al Chiodo. Era andata molto bene con l’ex caserma dei vigili del fuoco, a Sant’Antonino, con la villa del prefetto in borgo Cavour e con il palazzo ex Upat che si affaccia su piazza dei Signori, tanti anni fa (peraltro non ancora riconvertiti, tutti e tre).

Ma il presidente Stefano Marcon non si cruccia: «Bisogna prendere atto delle tendenza del mercato , certo la cifra colpisce considerato la vastità dell’area e le sue potenzialità», dice, «e poi c’è un aspetto positivo, perché il concludere queste operazioni potranno innescare le riqualificazioni, che a loro volta innescano filiera che hanno benefici positivi per il territorio». Ma non fanno paura questi crolli dei valori? «Se il valore di S. Artemio precipitasse, dovrei rivedere il patrimonio, ma per me la cosa più importante è avere i fondi per gestire l’esistente, strade e scuola. E comunque, come dimostra il progetto per villa Franchetti adesso stiamo seguendo la strada della valorizzazione degli immobili»

Villa Franchetti: una recentissima perizia ha detto che il valore è calato del 23%, da 13 a 10 milioni

Non parliamo della Regione: l’ex consorzio agrario al ponte dea Goba (Treviso ha un record mondiale, ben due ex consorzi agrari abbandonati) è un enorme buco nero in posizione strategica. E poi le ex Poste Ferrovie, l’ex caserma Piave (però in compenso l’ex Salsa sarà recuperata). E ancora, gli immobili di Fondazione Cassamarcaex distretto, Ca’ Spineda, Ca’ Zenobio, ex Ance, l’ex Polstrada – che già sono stati oggetto di una doppia svalutazione a bilancio, e con l’Appiani costituiscono la maggior garanzia a copertura del maxidebito con Unicredit, di 130 milioni. Conti da rivedere anche qui?

«Certamente non possiamo ignorare la flessione del mercato, ma come Fondazione abbiamo abbandonato la precedente politica immobiliarista, optando decisamente per formule di valorizzazione degli immobili, come dimostrano — le recenti convenzioni per Ca’ Zenobio e palazzo dell’Umanesimo Latino, ora partirà il progetto per l’ex Ance, ma anche il progetto per villa Franchetti in sinergia con la Provincia. All’Appiani gli stabili sono stati ceduti o in affitto (non la torre destinata a Camera di Commercio, al centro di una causa milionaria in tribunale ndr), altri immobili sono stati alienati a prezzi assolutamente competitivi». Riferimento all’ex Questura di via Carlo Alberto.

I PRECEDENTI L’ultima perizia che ricalibrava i valori di un immobile di pregio è quella che la Provincia ha commissionato per la valutazione di Villa Franchetti a San Trovaso: il gioiello del Terraglio non vale più 13 milioni, ma 10. Con una scure del 23%.

Secondo alcuni operatori, però, il valore reale dei grandi complessi, sia quegli storici, che quegli abbandonati, andrebbe anche al di sotto di queste percentuale, anzi tanto più calerebbe quanto più “impegnativo” è l’immobile o il complesso.

Ma già alcuni illustri precedenti a Treviso dicono delle difficoltà a reperire compratori, a meno di non abbassare sensibilmente le quotazioni.

L'ex Pagnossin. La sta riqualificando Damaso Zanardo

Un caso di mancata compravendita è quello dell’ ex Distretto in riva al Sile: in passato Fondazione lo aveva quotato sopra i 35 milioni, ma Numeria non lo acquistò, sostenendo che ne valesse la metà. Recentemente, Fondazione lo ha quotato 20 milioni, ma nessuno ne avrebbero offerti più di 17. E comunque, è stallo anche sul progetto del supercampus, con parte privata da sviluppare che potrebbero costituire l’incentivo a un grande investitore immobiliare.

L’altro caso è l’ex cittadella finanziaria dietro l’ex tribunale - ex Intendenza, ex Conservatoria, ex Ufficio entrate, l’ex Guardia di Finanza, più gli annessi e l ’ex oratorio di S. Maria Nova – acquistata nel 2019 da Edizione, ovvero dalla famiglia Benetton, per circa 13 milioni. Quando venne messa all’asta, nei primi anni Duemila, Fondazione Cassamarca arrivò seconda offrendo oltre 30 milioni, battuta allora da Est Capital (oltre 31).

Gli ex Mulini Mandelli sul Sile

I tempi cambiano, canterebbe Dylan, e pure i prezzi. Dicono che gli ex mulini Mandelli a Fiera siano ancora stimati oltre 10 milioni. Ma da anni e anni nessuno li acquista, e le stime dicono che non ne valgano più di 3... —