Don Magoga: «Più sicurezza per il lavoro»

Il direttore de “L’Azione”: «Due vittime in tre giorni impongono una riflessione, nelle fabbriche e anche tra i vigneti»

VITTORIO VENETO

Due morti sul lavoro in tre giorni. Per l’oro bianco del Piave, in un caso. Per l’oro giallo del Prosecco, nell’altro.


Don Alessio Magoga, cosa pensa di questa emergenza legata agli infortuni sul lavoro?

«Sono notizie, quella della morte di Aziz Diop a Ponte della Priula e quella di Mirko Merotto a Farra di Soligo, che riempiono di tristezza e che non si vorrebbero mai sentire. Il pensiero va subito alle famiglie che sono state colpite da una sofferenza così grande. Pur trattandosi di due episodi molto diversi tra loro, sulle cause dei quali saranno chiarite le responsabilità, i due dolorosi fatti ci spingono comunque ad interrogarci sulle condizioni di lavoro, perché siano sempre garantite e osservate le norme di sicurezza».

In questa fase di ripartenza post-pandemia, l’euforia sembra prendere il sopravvento, si vuol correre per recuperare il tempo perso... «Ma la vita è sacra anche sul lavoro. La responsabilità del singolo, dell’impresa, della comunità non può andare in deroga. Né in fabbrica, nemmeno nei vigneti, e in nessun altro tipo di lavoro. Non so quali siano le responsabilità nei casi specifici, ma è vero che quanto meno dobbiamo fermarci e riflettere. E non solo sulla sicurezza, anche sul senso del lavoro che facciamo».

Anche sulla coltivazione del Prosecco?

«Vogliamo onorare la memoria di chi è morto, oltre che l’impegno di tanti per una sostenibilità ambientale e sociale nei fatti? Si promuova finalmente una ricerca d’ambiente, in complementarietà e in continuità con quella già realizzata dall’Ulss qualche anno fa, per capire fino in fondo com’è realmente la situazione. Può darsi che non troviamo nulla di particolarmente degno di nota: in tal caso staremmo tutti più tranquilli. Potrebbe essere, invece, che si trovi qualche aspetto che chiede di intervenire in termini più rapidi di quanto non si stia già facendo, nell’applicazione dei regolamenti comunali, ad esempio, o nel controllo (o divieto) dell’uso di fitofarmaci».

Perché lei condivide le proteste, e non da oggi...

«Io insieme a tanti. Ritengo che questa “querelle” tra coltivatori e cittadini sia utile perché ci costringe ad avere maggiore attenzione e maggiore cura dell’ambiente. Ci costringe a cambiare. Se, anni fa, non ci fossero state delle proteste, forse si continuerebbe a irrorare le viti con gli elicotteri. La lettera dei parroci ha, tra i vari meriti, quello di aver posto senza mezzi termini, insieme alla questione della cura dell’ambiente, anche quella della dimensione etica e sociale della coltivazione della vite».

Per qualcuno si tratta di un’esagerazione, di un accanimento dei preti contro i “proseccari”...

«Non credo si possa liquidare la cosa in fretta, come taluni fanno, quasi si tratti “solo di qualche caso isolato”, motivato da rancori personali o da invidia per il successo del Prosecco: la cosiddetta “invidia sociale”. Altri banalizzano dicendo, ad esempio, che “in Trentino nessuno protesta per la coltivazione delle mele”. Anche lì ci sono state delle prese di posizione. C’è poi chi risolve la questione dicendo che oggi tutto è inquinato. Questo non giustifica il disimpegno nei confronti di una ricerca seria di forme più sostenibili di viticoltura». —



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