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Bimbo morto schiacciato dal cancello, i fabbri chiedono di patteggiare 2 anni

Secondo quanto emerso, a causare l’incidente sarebbe stato il mancato inserimento di un bullone, nell’anta che poi ha schiacciato il piccolo. La conclusione delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio dei fabbri è la conferma dei sospetti che, fin da subito, aveva avuto il padre del piccolo, Gianni Tiveron

TREVISO. Hanno chiesto di patteggiare una pena a due anni di reclusione ciascuno Manuel e Bruno Marconato, rispettivamente di 38 e 75 anni, i due fabbri di Paese finiti sotto inchiesta per la morte di Tommaso Tiveron, il bimbo di 4 anni schiacciato l’estate scorsa da un’anta del cancello della sua abitazione a Dosson del peso di tre quintali e deceduto, due giorni dopo l’incidente, all’ospedale Ca’ Foncello, per “edema cerebrale e shock emorragico da trauma cranico e addominale”.

Il legale dei due fabbri ha trovato un accordo con il sostituto procuratore Davide Romanelli, titolare dell’inchiesta, per un patteggiamento a due anni (tenuto conto che il rito concede lo sconto di un terzo della pena).

Oggi, all’udienza preliminare, che si terrà davanti al giudice delle udienze preliminari Gianluigi Zulian, il patteggiamento dovrebbe essere ratificato e si chiuderebbe così il capitolo penale del caso giudiziario. A meno che il gup Zulian non respinga la proposta trovando la pena incongrua. Ma è uno scenario difficilmente ipotizzabile.

Si aprirà chiaramente poi il capitolo civilistico con i relativi risarcimenti. La famiglia Toveron s’è affidata all’avvocato Piero Barolo.

Secondo quanto emerso, a causare l’incidente sarebbe stato il mancato inserimento di un bullone, nell’anta che poi ha schiacciato il piccolo. La conclusione delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio dei fabbri è la conferma dei sospetti che, fin da subito, aveva avuto il padre del piccolo, Gianni Tiveron, che così aveva spiegato l’accaduto nell’immediatezza della tragedia: «Il cancello si chiudeva al centro, una delle due ante era più chiusa dell’altra. Non so come, è uscita dal paletto, ribaltandosi su di lui».

Secondo quanto hanno poi ricostruito gli investigatori, il cancello era stato inizialmente installato ma, in un secondo momento, l’impresario aveva richiamato i fabbri perché c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. A quel punto, gli artigiani erano tornati nella casa di via IV Novembre a Dosson, effettuando la riparazione richiesta. Ma al termine di quel secondo intervento non sarebbe stato inserito un bullone in una delle due ante del cancello, quella che poi, la sera del 29 luglio, ha schiacciato il bimbo di 4 anni. Una dimenticanza fatale. Più precisamente, secondo l’accusa, al termine di un intervento di regolazione «dopo aver smontato l’anta destra per procedere allo spessoramento di una delle due ruote di scorrimento del cancello, in modo da ottenere un allineamento con l’altra anta, omettevano di reinstallare, nella fase del nuovo montaggio dell’anta, il bullone facente funzione di fine corsa, senza neppure procedere alla verifica dell’operatività in sicurezza del cancello, a fine lavoro, consegnando così un cancello privo di bullone di fine corsa». —

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