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Treviso, rompe la milza alla compagna: sei anni all’infermiere

Condannato dai giudici un trevigiano 45enne in servizio al Ca’ Foncello. È stato assolto dall’accusa di maltrattamenti

TREVISO. La richiesta del pubblico ministero era di una condanna a 4 anni e 9 mesi. Ma i giudici del collegio sono andati oltre, condannandolo a 6 anni e 6 mesi di reclusione per aver rotto la milza alla compagna e per essersi più volte avvicinato a lei, nonostante sul suo capo pendesse la misura cautelare del divieto di avvicinamento.

Pesanti le anche le pene accessorie: interdizione perpetua dai pubblici uffici e condanna a un risarcimento da quantificare davanti al tribunale civile ma con una provvisionale di quindicimila euro. È stato, invece, assolto perché il fatto non sussiste dall’accusa di maltrattamenti.

Mano pensante dei giudici del collegio (presieduto da Umberto Donà) ad un infermiere trevigiano del Ca’ Foncello di 45 anni (difeso dall’avvocato Stefano Pietrobon) finito a processo per una serie di reati che vedevano come parte offesa la compagna dell’operatore ospedaliero (parte civile con l’avvocato Antonella Picco), una quarantenne d’origine straniera.

L’uomo era finito nel mirino della giustizia dopo una brutale aggressione, compiuta, secondo l’accusa, il 18 settembre del 2019 quando era in preda, come spesso capitava, ai fumi dell’alcol. Al culmine di una lite, avvenuta nel bagno di casa, l’infermiere aggredì la compagna a calci e spinte fino a procurarle la rottura della milza, per la quale poi fu ricoverata all’ospedale di Treviso dove le fu asportato l’organo.

Da quell’episodio scaturì una denuncia da parte della donna per maltrattamenti e lesioni gravi. Maltrattamenti che, in base alla denuncia, sarebbero stati pressoché quotidiani per sette lunghi mesi, da febbraio a settembre 2019.

In seguito poi all’attivazione della procedura del codice rosso che tutela le donne vittime di violenza, il giudice delle indagini preliminari aveva disposto sull’infermiere la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla donna. Misura che l’infermiere avrebbe più volte disatteso tanto che fu arrestato per la violazione della misura cautelare e poi nell’ottobre scorso scarcerato con l’obbligo di dimora fuori regione, in una località di cui è originario.

I giudici si sono presi 90 giorni di tempo per stilare le motivazioni che li hanno indotti a condannare pesantemente l’infermiere trevigiano.

Da parte sua, il suo legale, l’avvocato Pietrobon, avrà modo, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, di impugnare la condanna davanti ai giudici della Corte d’Appello per cercare di spuntare, se non un’assoluzione, quanto meno una sensibile riduzione di pena. Ammesso che i giudici veneziani non accolgano in toto le motivazioni di condanna dei colleghi di primo grado.

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