Nonostante tutto

Ho digitato su Google “millecinquecento fascisti” e ho trovato tante corrispondenze. Mi colpisce quel numero perché disegna una folla vera, non puoi parlare di “gruppo” né di squadraccia. Millecinquecento. Per esempio, nel 1922, durante la marcia su Roma, quella cifra ricorre in molti capoluoghi di provincia e di regione, in cronache e documenti, quando le prefetture, le questure e gli uffici telegrafici vengono occupati e le istituzioni vengono obbligate a “cedere i poteri”. Più di vent’anni dopo, a Venezia, a Chioggia, a Lido e nelle altre isole della Laguna, si bussò alle porte delle famiglie ebraiche in una retata drammatica. La condussero cinquanta squadre di 30 persone. Totale: millecinquecento fascisti. Era la notte tra il 5 e il 6 dicembre 1943. Presero centosessanta persone, compresi i bambini tra 3 e 14 anni, compresi quasi tutti gli ospiti della casa di riposo israelitica.

Prova, tu, a camminare nel senso opposto di una massa di millecinquecento persone che ti viene incontro. Prova ad allargare le braccia e a frenarle, o fermarle. Sono tante. Per esempio, sono quelle che attaccano e incendiano la Camera del Lavoro di Cremona nell’estate del 1922. Quasi duemila invece seguono a Fratta Polesine il corteo funebre di Giacomo Matteotti, assassinato degli squadristi. È giovedì 21 agosto 1924. Certe folle nere però non sono solo un concetto del passato, perimetrato negli archivi storici: migliaia di fascisti contemporanei, con le loro frasi fatte e il loro merchandising, hanno sfilato negli ultimi anni a Predappio, ogni ottobre, per venerare la tomba di Benito Mussolini.


La notte tra il 12 e il 13 luglio 1921 millecinquecento fascisti calarono su Treviso, impegnati in una spedizione punitiva. Il libro che presentiamo stasera racconta quella notte, ciò che la precedette e ciò che la seguì. Si lanciarono contro le sedi del partito repubblicano e del partito popolare e contro la redazione di due giornali locali, La Riscossa e il Piave, l’uno di matrice repubblicana, l’altro di orientamento cattolico. I colleghi di cento anni fa.

Partiti. Giornali.

Oggi li chiameremmo corpi intermedi. Si chiamano intermedi perché stanno tra l’individuo e il vertice, tra il privato e il pubblico. A metà strada, come dovrebbero fare i giornalisti piazzati sulla traiettoria che connette i lettori e i poteri. Infatti ci chiamano mass media, ammesso che ci riusciamo ancora, davvero, a “mediare” i linguaggi, a selezionare priorità e temi distribuendo gerarchie di rilevanza sociale. Quella notte a Treviso, sotto il rumore delle mitragliatrici, furono attaccati i corpi intermedi di un territorio, la loro capacità di parlare alle persone e di incidere sulla formazione delle libere opinioni.

Cammino per Treviso e non incontro segni di quella notte e di quello che rappresenta. Nessuna parola incisa sul muro, nessun simbolo. La memoria di quei fatti è stata drenata sin da subito, devitalizzata, prima con il fascismo in pieno controllo dei destini collettivi, poi col sopraggiungere di trame più complesse e sanguinarie, vincolate alla guerra e alla Resistenza; il dolore degli anni quaranta che si deposita sul ricordo delle violenze degli anni venti. E lo cela. Oggi è tempo di riportare davanti agli occhi, visibile, l’assalto di cento anni fa.

Oggi giornali e partiti sono aggrediti dai populismi, dalle banalizzazioni, dal rifiuto di ogni complessità e di ogni approccio di studio. Sono aggrediti anche da se stessi, hanno covato cariche di dinamite legate ai loro pilastri strutturali, non hanno saputo leggere i tempi né scendere dai piedistalli. Eppure in qualche modo resistono, ammaccati e sdruciti, divisi tra la manutenzione ordinaria e la visione di orizzonte, l’una che si scopre tossica e l’altra che rischia di essere velleitaria. Prendiamo i giornali: nella notte di Treviso, con le redazioni devastate, si rischiava la vita. Ma oggi la sicurezza di chi fa questo mestiere resta fragile come una foglia sotto la grandine. Ossigeno, un osservatorio promosso insieme dalla Federazione nazionale della Stampa e dall’Ordine dei Giornalisti, ha registrato e documentato 472 atti di intimidazione esercitati in un anno in Italia, contro giornalisti e blogger. Quali sono queste azioni di attacco nei confronti della libertà di stampa? L’osservatorio le elenca: abuso di denunce e azioni legali; avvertimenti, aggressioni fisiche, danneggiamenti, ostacoli all’accesso all’informazione. Vere botte e abili minacce. In tredici anni si sono contati 4.108 casi.

Pochi mesi fa ho letto i risultati di un’indagine condotta dall’Ipsos: parlavano di “una marcata disaffezione verso la democrazia”. La democrazia vista come un paio di scarpe o uno smartphone: la usi ma, se non funziona, la cambi. Oppure la getti. A volte penso che la notte di Treviso non sia ancora finita. Poi faccio un respiro, guardo avanti e mi ostino a sentirmi libero. Nonostante tutto.

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