Fermare Guido Bergamo il leader dei repubblicani e colpire Fiera, il simbolo del cooperativismo rosso

La debolezza del fascismo a Treviso era dovuta alla forza del medico di Montebelluna, eroe di guerra che aveva dalla sua parte arditi e reduci 

A CURA DI
Ameriga manesso
e lucio de bortoli*

«Né vinti né domi.


Perché vennero a invaderci la casa, a devastarci le macchine e i mobili.

Noi ne cerchiamo qualcuno.

Perché noi facciamo la campagna pei danni di guerra?

Perché siamo contro quei camorristi che rubarono la lana ai profughi?

Perché proclamiamo, pel bene d’Italia, la necessità del decentramento amministrativo e legislativo e in questo senso tentiamo la riunione di tutte le forze politiche per ridurle a discutere del problema?

Perché siamo contro un fascismo facinoroso con il quale sono turpemente conniventi la guardia regia, gli ufficiali di cavalleria e – a Treviso – insieme con altri il vice commissario Bianchi e il tenente colonnello Bosisio, dei reali carabinieri?

Siamo contro il fascismo agrario e forcaiolo – che è teppistico e devastatore».

La riscossa

Sono alcuni passaggi de «La Riscossa», il combattivo giornale dei repubblicani trevigiani. Se è vero che l’assalto degli squadristi a Treviso non risparmia gli avversari di ogni tipo, è però altrettanto assodato che sul piano strettamente politico i destinatari dell’azione sono i repubblicani, anche perché costituiscono i principali attori degli scontri con i fasci del territorio (Conegliano, Treviso). E l’obiettivo è Guido Bergamo, per la sua statura di leader e la capacità dimostrata di aggregare pezzi di società delusi e alla ricerca di punti di riferimento politici. Ma non solo. Perché Bergamo è anche modello esemplare per i reduci locali (ben più dei fascisti), mito per gli alpini, eroe indiscusso di guerra carico di medaglie e non a caso scelto dalle istituzioni centrali come accompagnatore della salma del milite ignoto da Aquileia a Venezia nel novembre del 1921. Un onore altissimo per una figura, indomita e trasudante energia, capace insomma di trascinare contadini in campagna e artigiani o operai specializzati in città, reduci ovunque, sicuramente lontani dal bolscevismo ma da sottrarre al nazionalismo autoritario. E quindi figura politica scomodissima e inevitabilmente piena di nemici politici e istituzionali.

bersaglio di tutti

Un bersaglio per tutti, in verità. Bergamo entra in rotta di collisione con i socialisti perché ideologicamente borghese, con i popolari perché piccolo borghese, con i borghesi liberali perché socialistoide e populista, con i fascisti perché si rivolgeva alla stessa platea, un temibile “concorrente”. Un concorrente perché si rivolgeva anche allo stesso bacino elettorale del fascismo forte di organizzazioni sociali e sindacali, consorziali e cooperativistiche in grado di alleviare il disagio del primo dopoguerra; di denunciare attraverso aggressive campagne di stampa la corruzione della gestione del post conflitto da parte dei funzionari ministeriali sul territorio e di rivendicare con forza autonomia e federalismo regionale portando migliaia di persone di piazza. Ma attorno al leader si era nel tempo formata un’organizzazione politica, sindacale e cooperativa ormai consolidata di rilevanti dimensioni e che aveva il suo quartier generale in Via Manin, articolata e frequentata sede direzionale, non solo del combattivo giornale (La Riscossa), ma di tutti i soggetti organizzativi (Camera del Lavoro autonoma, Consorzio consumi rete dei comuni, cooperative): ed è questa la realtà che andava distrutta.

La divisione del fronte politico

La violenza fascista colpì come sappiamo anche il mondo cattolico e socialista. Ma l’aspro conflitto politico e elettorale che nel biennio precedente aveva diviso i partiti espressione delle masse popolari, non si stempera neppure di fronte alla montante marea dello squadrismo. Appena fu in grado uscire dopo devastazione della redazione, il Piave, organo dei popolari, non dedicò neppure una riga di cronaca alla notte di battaglia conclusasi con la devastazione del palazzo dei repubblicani di via Manin e dell’assalto a Fiera. Gli unici accenni indiretti si trovano negli spazi dedicati alla forte critica per l’operato delle forze dell’ordine. In compenso ricompaiano le accuse a Bergamo e alla violenza praticata dai bergamini contro i bianchi nel corso dell’agitazione agraria dell’anno precedente. D’altronde, la posizione dei popolari di Corazzin si colloca, come sappiamo, lungo il difficile crinale del partito “rivoluzionario” in provincia e governativo a Roma, posizione che impedirà ai deputati popolari di associarsi alla vibrante denuncia alla camera di Bergamo dei gravissimi fatti e della complicità da parte delle istituzioni, prima, durante e dopo l’assalto. Anche il Lavoratore, organo dei socialisti, non dedicherà, per la verità, adeguato spazio a quanto accaduto agli altri, condizionato e stretto tra la denuncia della violenza fascista e la forma del patto di pacificazione nazionale che i vertici del partito avrebbero controfirmato di lì a qualche giorno.

I fascisti e pietro marsich

La spedizione viene concepita a Venezia dal capo del fascio veneziano Pietro Marsich e dalla sua cerchia radicale per due ragioni. Smarcarsi dalla svolta legalitaria di Mussolini e affossare così il patto di pacificazione; mettere inoltre in evidente difficoltà il fascio di Treviso, ritenuto troppo molle nei confronti degli avversari e ben poco combattivo rispetto ai fasci di Conegliano e Vittorio. In realtà, le difficoltà del fascio trevigiano dipendevano dal fatto che il suo spazio sociale ed elettorale (ceti medio piccoli) era occupato dalla versione “combattentistica” dei repubblicani. La spedizione fu una dimostrazione di forza da parte del fascismo provinciale e coinvolse i fasci di combattimento di tutte le province venete e contermini.

L’operazione sul campo e la gestione delle sue ragguardevoli dimensioni paramilitari, vennero affidate a Gino Covre, coadiuvato da figure di spicco del movimento fascista veneto come Ottavio Marinoni, il pordenonese (Aviano) Alessandro Ferro, il vicentino Attilio Fugagnollo e il veneziano Raffaele Sapori, capaci persino di reperire mezzi militari e munizioni sul Grappa nel mezzo della campagna di rastrellamento ordigni affidata al Genio militare.

spari e bombe contro fiera

La sera del 9 luglio, il quartiere di Fiera diventa teatro di un’azione che dimostra la contrarietà del fascio di Padova alle trattative di pacificazione in corso da alcuni giorni a Roma tra socialisti e fascisti. Un camion di squadristi, armati di moschetto, dopo essere transitato per Ca’Tron e per Melma (Silea), si dirige a Fiera. Giunto nei pressi della Cooperativa socialista rallenta: vengono lanciati ordigni esplosivi e sparati colpi di rivoltella e di moschetto. Il camion prosegue poi verso porta San Tomaso. Rimane ferito da una scheggia lo stradino Lorenzo Pagnini, mentre la moglie del consigliere comunale Caratti e la cassiera Olga Barbisan fuggono dalla parte posteriore dell’edificio. L’evento, subito riferito in città provoca grande scalpore e preoccupazione. Si diffondono voci e timori su un possibile successivo attacco. Anche Guido Bergamo sembra credere che il quartiere sia in pericolo, tanto da muoversi per organizzarne la difesa.

Tre giorni dopo, nella notte tra il 12 e il 13 luglio, quando i fascisti arriveranno su decine di camion, gli stessi repubblicani, che pure erano accorsi a difendere la propria sede, si chiederanno se la spedizione non avesse come obiettivo anche i socialisti di Fiera

. (2, continua)

* storici Istresco

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