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Cento giorni per tornare alla vita. «Devo tutto a Riabilitazione di Treviso, non la chiudete»

Diego Michieletto con la sua famiglia

La storia di Diego Michieletto, colpito a 38 anni da emorragia celebrale. «Mi hanno aiutato passo dopo passo»

TREVISO. Basta un istante per cambiare una vita intera. Diego Michieletto ha vissuto quell’istante il 4 novembre 2017. Erano le 8 del mattino quando si sente male. «Ero a casa, a Mogliano, volevo afferrare un rastrello ma mi accorgevo che il braccio non rispondeva al comando». All’improvviso un capogiro, si siede, cerca di riprendere fiato, ma dopo qualche minuto anche la parola inizia a mancargli. Le vocali non escono più come prima. La famiglia di Diego capisce che qualcosa di grave sta accadendo e chiama i soccorsi.

«Mi sono reso conto di tutto. Sono salito sull’ambulanza, sentivo il braccio sinistro intorpidito, un formicolio sempre più forte». Il rumore delle sirene che sfrecciano lungo il Terraglio diventa silenzio. Poi il buio. Diego entra in coma. Iniziano così i suoi cento giorni per ritornare alla vita. «Nel reparto di Medicina Riabilitativa del Ca’ Foncello sono rinato e oggi mi dispiace sapere che il reparto sta soffrendo. Vorrei che tutti i pazienti potessero continuare a sentirsi in famiglia, compresi, accuditi e accompagnati come mi sono sentito io quando sono stato male. Capisco i nuovi iter e protocolli ma vi prego non distruggete questa realtà, preservatene lo spirito».

LA STORIA

Il 2017 ora è lontano, ma il ricordo si è fatto indelebile. Dopo due settimane si risveglia in terapia intensiva neurochirurgica dell’ospedale di Treviso e la prima cosa che incontra sono gli occhi di sua moglie Elena che lo fissa avvolta in un camice verde. «Cara, non ti preoccupare, tanto sabato andiamo a casa» lui le sussurrava per tranquillizzarla. «Non sapevo quello che mi era successo e quanto fosse grave la situazione».

Diego infatti non sa di aver subito un delicato intervento al cervello. Ignora la diagnosi: emorragia cerebrale congenita, una malformazione presente dalla nascita che si manifesta quando ha 38 anni ed è nel pieno della sua esistenza. Un matrimonio felice, due figli, un bel lavoro come responsabile di reparto tessile alla Martelli di Vedelago e la passione per l’alpinismo.

«Scalavo le montagne fino a tremila metri senza soffrire di mal di testa. Di punto in bianco mi sono trovato a percorrere una salita ancora più ripida per guarire, per rinascere. Non ce l’avrei mai fatta senza l’aiuto di tutta la squadra della Medicina Riabilitativa del Ca’ Foncello, una grande famiglia, un reparto che ha dentro il cuore».

Tutti gli operatori lo hanno sostenuto nell’affrontare la disabilità, lo hanno incoraggiato a non mollare, lo hanno aiutato a rimanere padre e marito nonostante la malattia.

IL RECUPERO

«Ero tornato bambino, dovevo imparare di nuovo tante cose che il mio corpo aveva dimenticato». A deglutire, per esempio. A stare seduto diritto sulla sedia. «Diego, senti qualcosa? Prova a muovere le dita dei piedi. Ottimo così, domani faremo gli esercizi per sollevare la gamba». Non è mancato lo sconforto, ma sempre superato.

«A causa dell’emiplegia non riuscivo a mantenere l’equilibrio, non ero capace di centrare la porta, sbattevo di continuo con la spalla sinistra. Allora guardavo le fotografie dei miei figli appese in camera, Christian aveva 4 mesi e Riccardo di 4 anni, e mi facevo forza». Quando Diego era più nervoso le infermiere chiamavano la moglie, consentendole di raggiungerlo prima dell’orario di visita. In un sabato di tristezza il team del reparto gli ha messo a disposizione una stanza appartata, per stare un po’ di tempo assieme ai suoi bambini.

«Oltre a salvarmi, hanno coccolato me e la mia famiglia». Piccole grandi attenzioni che hanno accompagnato ogni suo progresso: dalla sedia a rotelle, al girello, al bastone che oggi sostiene i suoi passi. Dopo cento giorni, il 14 febbraio 2018, Diego ha salutato la Medicina Riabilitativa per tornare finalmente a casa continuando ad amare la vita. —

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