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Treviso, la storia del giovane poliziotto: “Ho deciso di servire lo Stato in onore di mio padre”

Omar Trapani (a sinistra) e il padre Mauro (a destra) con alcune edizioni d'epoca della Tribuna di Treviso

Nel 1983 Mauro Trapani, oggi 57enne, fu gravemente ferito mentre era in servizio, come carabiniere, a Montebelluna. Il figlio Omar, 26 anni, nel 2016 ha scelto di entrare in polizia per seguire le orme del padre al servizio dello Stato. Il suo appello: “Aiutatemi a ricostruire cosa avvenne quel giorno”.

TREVISO. Padre e figlio, accomunati dallo spirito di sacrificio in nome dello stato. Il primo, Mauro Trapani, 57 anni, compiuti martedì 15 giugno, è stato in servizio come carabiniere fino al 2000, anno in cui è stato riformato e riconosciuto come vittima del dovere; il secondo, Omar Trapani, 26 anni, è poliziotto, agente tecnico della Polizia in forze alle Questura di Treviso, che ha scelto questo lavoro, ci racconta, “per onorare i valori trasmessi in ambito famigliare”.

L’attaccamento alla divisa per loro è una tradizione che si tramanda da ben quattro generazioni. Ma c’è di più. Perché ci sono storie che dopo l’immediato clamore mediatico entrano rapidamente in un cono d’ombra, diventano questioni personali e private, per riaffiorare dopo decenni, sotto una nuova luce, con nuovi significati. Come in questo caso.

La brutta vicenda di cronaca nera, avvenuta nel 1983, di cui è stato protagonista Mauro Trapani, un terribile agguato che gli ha cambiato per sempre l’esistenza, rappresenta oggi, a distanza di 38 anni, l’occasione per raccontare la forza dei valori che accompagnano le scelte di vita di chi indossa la divisa e tutti i giorni onora il proprio ruolo di “servitore dello stato”. Parole così forti da dover essere pronunciate senza retorica, lasciando semplicemente parlare i fatti.

LA SPARATORIA
Il 22 gennaio del 1983 a Montebelluna, un controllo di routine, effettuato davanti alla chiesa di Santa Maria in Colle, si trasforma in uno dei peggiori eventi di cronaca di quel periodo. Mauro Trapani, ha 19 anni, è originario di Roma ma vive a Gardigiano, frazione di Scorzè, ed è in servizio come carabiniere proprio a Montebelluna.

Sono le 5 di pomeriggio quando perlustrando il territorio nota due persone sospette, decide di fermarle per quella che sembra una normale identificazione. Non sarà così: uno dei due scappa, l’altro tira fuori il mitra e scarica verso l’agente che sta ancora scendendo dall’auto, una raffica di colpi.

Poi prende in ostaggio una donna e la obbliga a guidare sotto minaccia per chilometri, scaricandola dopo circa un’ora. Le condizioni di Mauro Trapani, dopo la sparatoria, appaiono subito molto gravi: è in pericolo di vita, con ferite all’intestino, all’addome e agli arti.

Un ritaglio dalla prima pagina della Tribuna di Treviso del 23 gennaio 1983 che riporta i terribili fatti di quel giorno

VITTIMA DEL DOVERE
“Dopo quell’episodio la vita di mio padre è cambiata per sempre”, racconta il figlio Omar, “è sopravvissuto, dopo quattro mesi in rianimazione e due di convalescenza è tornato in servizio”.

“Ma le ferite riportate in quell’agguato gli hanno condizionato la vita per sempre, ha rischiato più volte negli anni successivi che i postumi gli fossero fatali. Ma tutto questo non gli ha impedito di costruirsi una vita e una famiglia”.

Mauro Trapani qualche anno dopo l’agguato conoscerà la sua attuale moglie Manuela, e nel ’94 nascerà il loro unico figlio Omar. Da Montebelluna verrà prima trasferito a Istrana e poi a Zero Branco, dove ieri ha festeggiato il suo compleanno.

LA GIUSTIZIA
Il malvivente che ha causato tutto questo non è stato condannato. L’indiziato numero uno di quel violento sfregio alle forze dell’ordine, ha trascorso trent’anni della sua vita in carcere per altri reati, è finito a processo ma sono mancate le necessarie certezze probatorie per arrivare a una condanna.

La vera rivincita per Mauro Trapani, è arrivata evidentemente da altri fronti. “La sua”, ripete il figlio, “non è stata una vita facile. Ci sono state tante ricadute. Nel ’98 i medici gli avevano dato 24 ore di vita, poi ha recuperato e quelle ore sono diventate vent’anni”.

“È bello che ci sia ancora. Il fatto di poter festeggiare il suo compleanno, assieme a tutta la famiglia, l’aver potuto superare quell’episodio, innamorarsi, avere un figlio, rappresenta la più importante forma di rivalsa, rispetto alla violenza che ha dovuto subire”.

LA MEMORIA
Per molto tempo quell’episodio è stato oggetto di una comprensibile rimozione. Ancora oggi Trapani preferisce non parlarne. Fu uno shock. Col tempo e con l’impulso del figlio Omar è subentrata anche la voglia di ricordare.

“Ho scelto di fare il poliziotto perché sono cresciuto credendo fortemente nel valore dello Stato e ringrazio per la possibilità di essere entrato in polizia, nel 2016”, ci spiega Omar Trapani “La mia vuole essere una testimonianza e un omaggio nei confronti delle tante figure che quotidianamente si dedicano alla tutela della sicurezza a servizio dei cittadini”.

E c’è anche tanta voglia di riscoprire: “C’ho riflettuto a lungo, quei fatti sono parte della storia della nostra famiglia e per questo mi sono messo alla ricerca di testimoni diretti dell’accaduto”.

GIORNALI D’EPOCA
Una storia nella storia è quella che riguarda gli ultimi mesi. Grazie al contributo di un barista di Cornuda, che ha ritrovato vecchie copie della tribuna di quell’anno, sono affiorati da un vecchio scantinato nuovi dettagli.

“Ha risposto a un appello pubblico” spiega Trapani “e mi ha contattato. Aveva conservato per decenni le copie dei giornali che parlavano di quell’episodio. È stato emozionante. Continuerò a cercare nuovi materiali, magari anche audiovisivi, dai telegiornali dell’epoca. Per non dimenticare”.

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