Le ultime volontà di Nando Valmaggia, morto a cent’anni di San Biagio di Callalta: 90 mila euro all’Ulss 2

Ex internato, una generosità innata che lo ha reso personaggio a Olmi. Ha scritto di suo pugno un testamento che lascia tutto alla Sanità

SAN BIAGIO DI CALLALTA. Un vero gentiluomo dal cuore grande. Resterà indelebile il ricordo di Ferdinando Valmaggia, cittadino amatissimo dalla comunità di Olmi di San Biagio di Callalta. Mancato il 23 febbraio 2020 all’età di cent’anni, tutti vissuti amando la vita senza mai dimenticarsi degli altri.

È lui, infatti, il generoso benefattore che ha donato all’Ulss di Marca quasi 90 mila euro per sostenere la sanità trevigiana. Nel testamento scritto di suo pugno e affidato al notaio Bredariol, il signor Ferdinando ha impresso le ultime volontà: destinare la somma al reparto di Oncologia di Treviso per aiutare i medici e gli ammalati.

Un gesto che racconta molto e che spiega l’affetto di chi lo ha conosciuto, i parenti certo, ma anche i residenti di via Bologna, un’intera borgata che negli anni della vecchiaia, quando malinconia e solitudine rischiavano di farsi avanti, gli è stata accanto come una famiglia. Lui per loro, come un padre e un nonno. Loro per lui, come tanti figli e nipoti.

Nessuno nella contrada sanbiagese si è stupito del gesto benefico che Ferdinando ha portato avanti con discrezione e determinazione. «Era una figura di riferimento per la nostra comunità, la sua attenzione verso la sanità del nostro territorio non fa che testimoniare la straordinaria persona che era, la sua premura verso il prossimo» dice il sindaco Alberto Cappelletto. Ancor più commosso il ricordo di Mariacristina De Giusti, vicina di casa di Ferdinando, nonché consigliere comunale. Lei, la mente della festa organizzata a Olmi per onorare le cento primavere di Ferdinando, ne ricorda soprattutto l’altruismo.

«Un uomo in gamba, che ha lavorato tanto, si è goduto l’esistenza, ha adorato la moglie Adelia ed era amato da tutti noi residenti della zona. Stargli vicino era un piacere». A volte partiva sotto il sole per andare a fare la spesa e poi faticava a tornare indietro, le forze gli venivano meno, ma c’era sempre qualcuno dei vicini pronto a intervenire. «Nando, siediti un po’ qui che ti porto un bicchiere d’acqua». E lui l’indomani ricambiava presentandosi con un vassoio di pasticcini. Sempre in prima fila alle feste paesane: la messa della via e la cena di settembre. In ogni occasione sfoggiava con lucidità la memoria del secolo, ed era un onore starlo ad ascoltare.

Nato il 27 maggio del 1919 a Cuvio in provincia di Varese, aveva un fratello gemello. A 14 anni insieme allo zio andò a fare l’imbianchino a Milano, la patria delle opportunità. Ne aveva assaporato la modernità dei costumi e vissuto le prime cotte di gioventù, tra i Navigli e le note della Bela Madunina. Serenità spazzata via dalla Seconda Guerra Mondiale, lui prima fra i combattenti e poi internato in un campo a Düsseldorf fino alla Liberazione.

Nel ’48 partì per la Svizzera dove trovò l’amore e un buon lavoro. Prese servizio come verniciatore in un’azienda meccanica e tutte le domeniche inforcava la bicicletta insieme ai colleghi per andare a trovare le giovani filatrici di una fabbrica vicino ad Arbon. Lì conobbe Adelia, originaria di San Martino di San Biagio di Callalta. Com’è piccolo il mondo, fu così che la Marca Trevigiana gli entrò nel cuore e poi divenne la sua nuova casa. La coppia dopo un periodo di convivenza, tenuto nascosto per non dare scandalo, si decise a salire sull’altare.

O meglio fu Adelia a lanciare “l’ultimatum”: «Caro Nando, o mi sposi o ti lascio!». E lui non ebbe dubbi. Insieme condivisero tutto, i viaggi in moto e poi sulla Seicento blu fiammante. L’unico rammarico, non aver avuto figli. «Rimpiangeva gli anni più belli, condivisi con la moglie» ricorda Mariacristina «ma era sempre pronto a regalare una gioia a chi gli stava vicino».

Una carineria, un’attenzione, oppure una battuta per risollevare il morale. Di queste ultime resta un ampio repertorio, amabilmente conservato dai residenti di via Bologna. «Essere poveri non è un disonore». Aveva ragione, e lo ha dimostrato con la sua nobiltà d’animo.  

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