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Duplice omicidio di Rosolina: resta irrisolto il giallo della morte di Elisea e Cristina

Secondo il giudice Karel Reznicek e David Moucha, i due cittadini della Repubblica Ceca indagati per il duplice omicidio di Rosolina, quello in cui nel lontano 1998 furono barbaramente uccise due donne del Comune di Paese, Elisea Marcon e la figlia adottiva Cristina De Carli, non hanno nulla a che fare con la vicenda

TREVISO. Si erano sempre dichiarati innocenti. E così, dallo scorso aprile, è anche per il tribunale di Rovigo.

Karel Reznicek e David Moucha, i due cittadini della Repubblica Ceca indagati per il duplice omicidio di Rosolina, quello in cui nel lontano 1998 furono barbaramente uccise due donne del Comune di Paese, Elisea Marcon e la figlia adottiva Cristina De Carli, non hanno nulla a che fare con la vicenda.

Lo ha stabilito il gip - il giudice per le indagini preliminari - di Rovigo Raffaele Belvederi, firmando nelle scorse settimane il decreto di archiviazione del procedimento a carico dei due uomini.

Entrambi, tre anni fa, quando il caso fu improvvisamente riaperto e riportato “a ruolo generale”, erano stati iscritti nel registro degli indagati accusati di duplice omicidio, con l’aggravante dei futili motivi, e di rapina. Da allora si erano più volte sottoposti all’esame del Dna, sempre risultato negativo. Oggi, per loro, la parola fine sulla vicenda.

Una vicenda complessa, che lo scorso anno era già potenzialmente arrivata al capolinea, con il reperimento del Dna di Gaetano Tripodi, morto mentre scontava la pena dell’ergastolo per l’omicidio della moglie avvenuto nel 2006, sui reperti raccolti sulla scena del crimine di Rosolina.

IL FATTO

Elisea Marcon e la figlia adottiva Cristina De Carli furono uccise nel giugno 1998 a Rosolina Mare all’interno del chiosco sulla spiaggia “Ai casoni”, che gestivano durante il periodo estivo. La madre, 59enne, morì sul colpo il 29 giugno. Fu trovata con il cranio massacrato. La figlia, 23 anni, venne trovata agonizzante e rimase in fin di vita per poi morire pochi giorni dopo.

Nelle cronache dell’epoca si parlò di una rapina finita male, visto che alle donne venne sottratto l’incasso della giornata (circa 600 mila lire, poco più di 300 euro, oltre all’automobile, poi ritrovata nel Veneziano).

Ma soprattutto si disse che a compiere l’omicidio fosse stato un solo individuo. Sulla vicenda si susseguirono una serie di indagini, i sospettati furono molti, ma non si arrivò mai ad una soluzione definitiva.

LA DOPPIA SVOLTA

A marzo 2019, poi, la prima svolta. Maria Giulia Rizzo, sostituto procuratore a Rovigo, riporta le indagini “a ruolo generale”, iscrivendo nel registro degli indagati due cittadini della Repubblica Ceca, Karel Reznicek, all’epoca dei fatti 23enne, e David Moucha, tre anni più vecchio.

Passa un anno ed arriva la seconda svolta. Il reperimento del Dna di Gaetano Tripodi, mancato in carcere a Forlì, dov’era detenuto all’ergastolo per l’omicidio della moglie a Roma nel 2006 nonché accostato ad alcune vicende legate al satanismo, combacia con quello rinvenuto sul luogo del duplice omicidio.

Solo la morte dell’uomo, infatti, aveva permesso l’inserimento del suo Dna nella banca dati della Direzione generale della Polizia criminale.

E così è stato evidenziato come i reperti genetici dell’uomo fossero comparabili agli stessi trovati sui vestiti delle due trevigiane, custoditi assieme ad altri reperti dai Ris di Parma.

GLI AVVOCATI

Gli avvocati romani Gabriel Frasca e Alessandro Di Paola, difensori del Reznicek, accolgono con soddisfazione l’annuncio arrivato dal tribunale di Rovigo: «Il nostro assistito è stato indagato per oltre due anni ingiustamente. Non possiamo quindi che esprimere soddisfazione per l’archiviazione del procedimento e lo stralcio della sua posizione. Abbiamo sempre perseguito questo scopo, dal momento che non c’è mai stata alcuna prova, o serio indizio, a carico del signor Reznicek. È innocente e non a caso si è sottoposto agli accertamenti genetici volontariamente certo della propria estraneità a tutti i fatti contestati. Resta l’amarezza del constatare che a distanza di decenni una persona possa essere similmente indagata senza basi solide».

Dell’archiviazione nei confronti dei due cittadini della Repubblica Ceca, invece, non ne sapeva nulla la famiglia delle vittime, assistita dal legale Martino De Marchi. «Confidiamo si arrivi alla verità processuale, dopo così tanto tempo e tanti interrogativi» dice l’avvocato De Marchi, «chiederemo alla procura di poter visionare le documentazioni, dal momento che dovrebbe essere decaduto il segreto istruttorio».

CASO CHIUSO?

Non è dato sapere, ad ora, se all’archiviazione delle accuse nei confronti di Reznicek e Moucha, sia seguita anche l’archiviazione del fascicolo da parte della procura di Rovigo.

O se invece questo sia ancora aperto e vi siano nuovi indagati per un giallo che ha scosso l’opinione pubblica per anni.

Insomma: il Cold Case di Rosolina, un delitto che resta di fatto irrisolto, attende ancora la parola fine.

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