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Omicidio di Spresiano.“La figlia abbracciata al corpo della madre, poi il secondo sparo”

Un testimone: «Tutto sotto gli occhi della ragazzina che urlava cercando di rianimare la mamma, l’ho portata via. Poi, la seconda detonazione»

SPRESIANO. «Era abbracciata alla madre, piangeva e urlava». Roberto è scosso due volte. È stato lui, assieme a un amico, ad accorrere dopo aver sentito un primo sparo. E poi un secondo. «Ho trovato la ragazzina in casa, vicino al corpo, e l’ho portata via». Parla a stento, per pudore, le parole non gli escono. Continua a fissare l’abitazione del vicino. Non è difficile passare da una casa all’altra, perché nel retro ci sono delle abitazioni mobili praticamente attaccate alla residenza dell’omicidio-suicidio.

«Ho sentito un forte colpo», racconta l’uomo, «un botto, come di una bombola che scoppiava, poi delle urla e dei pianti, così sono accorso». Mai avrebbe immaginato di trovarsi di fronte a un simile dramma, di cui ancora non si capacita. Non ha subito pensato a uno sparo, semmai a un incidente. Quando è arrivato, la tragedia. «Il corpo di Bruna era poco distante dalla porta, vicino all’entrata del cortile. C’era la ragazzina lì, con la madre». Erano sue le urla che sentiva, suo il pianto. È stata la figlia a trovare la mamma morta, ed assistere allo sparo. È stata lei, in casa col nonno mentre la nonna era da un’altra parte della casa, a vedere il dramma che si consumava.

Nel frattempo un altro vicino si è precipitato assieme a Roberto e ha chiamato il 112. È a quel punto che si è sentito il secondo colpo, un altro forte botto che ha tagliato l’aria. Questione di pochi lunghissimi istanti.

Nel capanno degli attrezzi, si era sparato anche Lino. Un colpo al volto, anche lui. «All’inizio non avevamo capito che c’era il secondo morto», spiega ancora. L’uomo ha cercato di portare via la ragazzina, tenerla con sè nell’abitazione, allontanarla dal luogo della tragedia. «Non c’era più nulla da fare», dice ancora. La mamma era morta.

Il resto è cronaca di un dramma. I sanitari del 118 che arrivano a sirene spiegate in via XXIV Maggio, i carabinieri che allontanano gli altri vicini sopraggiunti.

«Non li ho mai sentiti litigare» racconta ancora l’uomo «aveva la passione per la caccia, questo sì, era un cacciatore e aveva il fucile». Ma da qui a un simile dramma, non lo avrebbe mai potuto immaginare. «Ci eravamo parlati la sera prima», dice. «Stavamo stendendo la biancheria, abbiamo parlato delle solite cose, di sagre, di feste paesane, cose così».

Il solito, insomma. Nulla che potesse far pensare a quanto si stava consumando. Poi è arrivata la figlia. «È scosso, ancora sotto shock». Nemmeno lei si capacita: «Sono persone a modo, amate da tutti, davvero una bella famiglia, qui gli vogliamo tutti bene».

In strada, davanti al cancello del civico 89, c’è anche il fratello di Bruna. Non sa cosa dire, è muto. Sta in silenzio. I carabinieri non l’hanno fatto subito entrare in casa, è rimasto un pezzo fuori, in paziente attesa, mentre le forze dell’ordine interrogavano Claudio. «Sono accorso quando mi ha chiamato mio cognato», racconta, «sono subito venuto qui».

Nel frattempo lungo la strada sono arrivati amici, vicini, colleghi di lavoro del marito di Bruna. Qualcuno seduto a terra, sul marciapiede. C’è chi piange a dirotto, chi trattiene le lacrime a stento, chi chiama al telefono un amico per cercare di sfogarsi.

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