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Il recuperante di antiche pietre: «Segnavano i confini del bosco, sul Montello ne ho scovate 222»

Francesco Scotton scova gli “stanti” del Montello antiche pietre per delimitare i confini boschivi (Foto Macca)

Francesco Scotton, pensionato, per passione le trova nel verde. «Mi limito a schedarle e a ripulirle». Un tempo erano 938, collocate da veneziani, austriaci e poi dal Regno. Si vocifera di molte sparizioni

TREVISO. Dopo essere andati in pensione spesso ci si dedica ad attività impensabili durante la vita lavorativa e c’è pure chi si impegna anche in ricerche archeologiche di nicchia, come un novello Indiana Jones. È il caso di Francesco Scotton, villorbese di 63 anni, già responsabile della manutenzione meccanica in un azienda alimentare.

Un uomo d’azione per le sue passioni: il rugby che gioca ancora, i lunghi viaggi in moto e le ultra maratone su percorsi montani che ha intrapreso dopo essersi annoiato dei “semplici” 42 km e 195 metri in tracciati tradizionali.

Così si è messo a esplorare il Montello, che conosce da quando da bambino veniva a Nervesa per far visita a zii e cugini, spesso in compagnia dei suoi giovani figliocci Ettore e Nicolò, catalogando gli “stanti” delle prese – dei pilastri in pietra – che molti chiamano con la parola dialettale “termen”, ossia termine, confine. Scotton è arrivato a trovarne 222 in 3 anni di ricerche.

daniele macca

Cosa indicano queste pietre?
«La dorsale del Montello è percorsa per tutta la sua lunghezza (da Nervesa a Montebelluna) dalla Strada Provinciale 144, la dorsale, intersecata da 21 strade di presa, che si inerpicano lungo i fianchi. Le strade di presa non vanno confuse con le prese vere e proprie, che sono le fasce di territorio boschivo comprese fra una strada e l’altra. Questo assetto è il risultato del controllo forestale impostato da Venezia sin dal XV secolo. Le prese avevano confini molto netti per delimitare le aree di taglio e di manutenzione del bosco che durante la dominazione della Serenissima era di proprietà pubblica in quanto serviva alla costruzione della flotta come altre foreste i cosìddetti “boschi da mar” dove l’asportazione abusiva di legname veniva punita con pene severe. Dopo la caduta di Venezia, il governo imperiale austriaco decise di riordinare questo aspetto e nel 1828, vennero installati 868 “stanti” o termini di pietra che ad intervalli regolari dividevano una presa da un’altra. Sono ceppi in pietra d’Istria o in roccia di conglomerato recuperate in cave che allora si trovavano a Caonada di Montebelluna e a Nervesa nell’area che è tuttora chiamata “Riva dei Croderi”».


Quindi pietre di confine boschivo, numerate sui lati.
«Certo, i numeri romani sulle facciate orientate ad est-ovest indicano il numero della prese, (ad esempio I indica la presa uno I»; invece le altre due facciate con la numerazione araba indicano il numero progressivo dello “stante” di quella presa. Sono stati posizionati in linea retta a distanze di 150/ 200 metri ciascuno. In origine nelle prese percorse dalla strade più piccole erano una quindicina, ma in quelle più grandi, come la numero 17, erano a decine».


Come ha iniziato questa ricerca?
«Tre anni fa dopo averne avvistato uno, ho fatto qualche ricerca sull’argomento. Poi mi sono costruito una mini mappa cartacea in due foglietti di carta, con tutti i miei ritrovamenti, che continuo a documentare con foto».

daniele macca

Le scritte talvolta appaiono molto vivide: le “rinfresca” con vernice per caso?
«Spesso per evidenziare le cifre mi faccio un pennello con un ramoscello e le coloro con terriccio bagnato. A volte mi accusano di usare vernice deturpando un bene culturale, ma non è così: è fango che poi la pioggia elimina. Allo stesso modo non porto mai via questi manufatti, che tra l’altro sono molto pesanti, ma mi limito a fotografarli lasciandoli dove si trovano».


Nelle sue escursioni però ha notato la scomparsa di molti di loro, spesso finiti a decorare qualche giardino. Altri invece sono restati al loro posto, ma sono stati verniciati da qualcuno. Inoltre in zona sono numerose le storie, abbastanza verosimili, su manufatti spariti durante i lavori per impiantare vigneti o fare altro.
«Durante il Regno d’Italia con la legge Bertolini (1895), che prevedeva di assegnare parte del bosco ai poveri come terra coltivabile, e poi con la vendita di altre quote, gli stanti erano arrivati a 938 e furono molto utili a tracciare in confini delle nuove proprietà. Ma da allora se ne curano in pochi». —

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