A Treviso la miniera d’oro del fotovoltaico:ecco come i pannelli si mangiano i campi

Per massimizzare il profitto le aziende puntano a utilizzare terreno agricolo: bassi costi di affitto, installazione e manutenzione. Un progetto da 30 ettari incombe su Casier, mentre ne è arrivo un altro da 200 ettari. L’allarme è lanciato da Coldiretti. Le parole dell’assessore regionale Caner e il punto di vista di Legambiente

TREVISO. Tra il crollo dei prezzi dei pannelli e la liberalizzazione della produzione energetica, i parchi fotovoltaici “a terra” sono la nuova miniera d’oro delle aziende del settore. In provincia di Treviso è scattata la corsa all’oro, con il rischio però di trasformare una produzione di energia pulita in un’altra zavorra ambientale. Per massimizzare il profitto le aziende infatti puntano a utilizzare terreno agricolo: bassi costi di affitto, installazione e manutenzione.

Un progetto da 30 ettari incombe su Casier, mentre ne è arrivo un altro da 200 ettari. L’allarme è lanciato da Coldiretti, che all’orizzonte intravede una riduzione dello spazio per le coltivazioni: «L’agricoltura è oggi una dei presìdi contro il consumo di suolo», sostiene il direttore di Coldiretti Treviso Antonio Maria Ciri, «e va difesa da queste speculazioni. Parliamo di terreni dove possono essere coltivati prodotti Igp come l’asparago o il radicchio, che verrebbero invece lasciati ai parchi fotovoltaici. Capiamo bene l’importanza di produrre energia pulita, ma bisogna favorire l’utilizzo di tetti e superfici industriali, non di un bene primario come i campi agricoli».

Coldiretti in queste settimane ha sostenuto la raccolta firme di “Mamme Zero Consumo Suolo”, che si stanno scagliando proprio contro il rischio che i pannelli solari posati a terra proliferino rubando metri quadrati all’agricoltura. Il nuovo business è stato scatenato dalla forte riduzione del costo dei pannelli solari, il cui prezzo è calato di circa cinque volte rispetto a poco tempo fa. Un crollo dovuto alla riduzione dei contributi pubblici per il fotovoltaico, che però è già stato di fatto compensato, rendendo l’investimento conveniente anche senza di essi. Fin qui tutto bene. Se non fosse che, come spesso accade, quando ci si è fatti ingolosire dall’affare non ci si accontenta del profitto previsto. La massimizzazione del risultato arriva dall’utilizzo dei campi agricoli piuttosto dei capannoni in zona industriale.

Il perché è presto detto: l’affitto dello spazio è più basso, ed essendo piatto e ad altezza terra l’installazione è semplice e quindi meno costosa, così come la manutenzione. L’Europa sta spingendo in favore della produzione di energia pulita, ponendo come obiettivo da raggiungere entro il 2030 il soddisfare il 35% del fabbisogno energetico del paese con fonti rinnovabili. In Italia si stima che servirebbero tra 0,5 e l’1% del territorio agricolo; in provincia di Treviso 72 ettari. Eppure il progetto di Casier, se approvato, ne porterà da solo già 34, e sempre sulla Marca ne incombe un altro da 200 ettari. Insomma le cose andranno diversamente. «Proporremo un progetto innovativo al sindaco di Treviso: una piantumazione di pannelli fotovoltaici in Piazza dei Signori per garantire energia gratis al centro storico», è la provocazione lanciata da Giorgio Polegato, presidente provinciale di Coldiretti. «Occorre chiamare le cose con il proprio nome: queste operazioni sono consumo di suolo vero e proprio e costituiscono una ferita per l’agricoltura, l’ambiente, il paesaggio e uno schiaffo alle imprese agricole che sui campi investono per coltivare o allevare. E così i giovani sono costretti a rinunciare al loro sogno imprenditoriale».

2,4 MEGAWATT A CASIER

Fotovoltaico: il progetto di Casier porta la firma della Chiron Energy, che a fine febbraio ha presentato in Regione Veneto il piano per la realizzazione di un parco fotovoltaico da 2,4 megawatt. la società I pannelli – se supereranno la Vas, la valutazione ambientale strategica – verranno posati su un campo di 34 mila metri quadrati, in via Bosco della Serraglia, qualche metro dietro alla sede della Fantic Motors. Un investimento complessivo da 1.4 milioni, che consentiranno di installare una superficie di oltre 10 mila metri quadrati di pannelli fotovoltaici “a terra”. Ora il progetto deve superare appunto la Vas, e a giorni il Comune di Casier deciderà quali osservazioni presentare. il sindaco «Ho chiesto un incontro alle associazioni di categoria per capire quali sono i problemi legati a questo progetto», dice il sindaco di Casier Renzo Carraretto, «Sappiamo che può essere un progetto con un certo impatto, ma dobbiamo anche essere consapevoli che dobbiamo favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ce ne stiamo occupando: bisogna misurare bene gli impatti, sono convinto anch’io che sarebbe meglio tutelare i campi e installare strutture simili sui capannoni e su zone già compromesse».

L’equilibrio tra i benefici delle fonti rinnovabili e i sacrifici per produrla è spesso faticoso da trovare. Si pensi al mini idroelettrico: energia prodotta sfruttando l’acqua dei torrenti di montagna, che ha portato però alla cementificazione di parti di essi e allo spostamento di grandi flussi di acqua, che hanno a loro volta inaridito interi corsi d’acqua. A Casier il campo di via Bosco della Serraglia è il primo presidio di campagna a ridosso della zona industriale Bigonzo. L’area coltivata prosegue poi verso Conscio e il Sile a Lughignano senza grandi interruzioni, tagliata solo – dopo però parecchie centinaia di metri - dalla A27. la coldiretti «Siamo a ridosso del Parco del Sile, in un’area molto importante dal punto di vista agricolo», precisa il direttore di Coldiretti Antonio Maria Ciri. «Oggi il modo che abbiamo per fermare questo progetto è presentare delle osservazioni puntuali che saranno analizzate dalla Vas. E sperare che si approvi rapidamente la legge regionale che impedirebbe di installare grandi impianti solari nei terreni agricoli, se non per l’autoconsumo».

L’azione di Coldiretti dovrà però essere anche culturale all’interno della categoria, visto che saranno i coltivatori a trovarsi di fronte alle offerte dei produttori di energia per affittare o acquistare i loro terreno per posizionare i pannello fotovoltaici. Quello di Casier è oggi l’unico progetto già presentato alla Regione, ma un altro incombe, e potrebbe arrivare negli uffici dell’ente già nelle prossime settimane. E questa volta quello di Casier rischia di diventare il fratello minore. Il piano infatti prevede di creerà un grande parco fotovoltaico da 200.000 metri quadrati, circa sei volte quello in progetto a Casier. Per intenderci, circa 20 campi da calcio, e anche in questo caso tutti di terreno agricolo. Mentre nelle grandi zona industriali abbandonate non ci sono progetti di riqualificazione: questioni di costi e di proprietà molto frazionate, che rendono le trattative e la stesura del progetto complicati. In agricoltura invece i produttori stanno trovando quei grandi proprietari che hanno a disposizione le migliaia di metri quadrati necessarie a rendere fruttuoso un investimento di questa portata. Per tutti gli attori coinvolti.

 LEGGE ANTI FAR WEST

La posa dei pannelli fotovoltaici “a terra” è il nuovo business per le grandi società del settore delle energie rinnovabili. Fino a pochi anni fa ci poteva provare chiunque, si guadagnava facilmente: il terreno agricolo veniva affittato, i pannelli acquistati con un mutuo che veniva ripagato in fretta dalla vendita dell’energia. Ma poi sono finiti gli incentivi, i piccoli quindi si sono ritirati. Di conseguenza è crollato il prezzo dei pannelli. Ma è arrivata la liberalizzazione della produzione energetica. Una situazione ideale (solo) per le grandi società del settore, che affittano a peso d’oro i terreni agricoli per la posa dei pannelli.

Pende già una richiesta in Regione per 30 ettari a Casier; un’altra è in arrivo per Casale: ben 200 ettari per terreni di un solo proprietario. Non è che l’inizio. Ecco perché la Coldiretti, è proprio il caso di dirlo, è scesa in campo con raccolta firme e appelli alla Regione.

E la Regione Veneto che sta facendo, assessore regionale all’Agricoltura Federico Caner?

«Insieme al collega Corazzari e alle associazioni di categoria, Coldiretti in particolare, abbiamo preparato e già approvato in giunta una legge specifica sul tema, che ora deve andare in consiglio regionale». Che dice? «Va a limitare fortemente l’uso agricolo a fini fotovoltaici. Coldiretti segnalava da tempo il pericolo, ma noi ci stavamo già attivando. Siamo tutti favorevoli alle energie alternative sostenibili, ma ci siamo accorti che negli ultimi anni c’è stato chi ha esagerato facendo tantissimi ettari agricoli di fotovoltaico. Troppo terreno a uso agricolo veniva sottratto, bisognava intervenire». Con questa nuova legge. «Sì, concordata anche con Coldiretti».

Però c’è chi teme, e non è solo la Coldiretti, che in consiglio regionale ci possa essere qualcuno che chiederà modifiche a favore della deregulation, delle grandi società.

«La nostra proposta di legge dice: un imprenditore agricolo potrà mettere giù pannelli fotovoltaici fino a un ettaro, non di più, nel suo terreno. Questo sta bene anche alla Coldiretti. Anche perché si fa in modo di evitare che chi ha magari 100 ettari, dato che attualmente non ci sono limiti, possa coprirli tutti di pannelli. Ma bisogna fare attenzione».

 Perché?

«Perché ci sono appunto delle spinte da parte di altri, in consiglio regionale, per allargare le maglie. E qualcuno parla anche di rischio impugnazione: a livello statale ed europeo fanno di tutto per spingere sul fotovoltaico. E quindi la nostra legge, che pone dei limiti precisi, rischia di trovare resistenze in consiglio regionale ma anche dopo l’approvazione, appunto con l’impugnazione da parte delle società del settore».

Come evitare questo rischio?

«Ci stiamo lavorando con l’avvocatura regionale. Non è facile. Ma noi tiriamo dritto. Non molliamo di certo la partita».

20 ETTARI A SPRESIANO

 Un parco fotovoltaico di 20 ettari a Spresiano targato Ordine di Malta Due parchi fotovoltaici sulle cave, un altro di 20 ettari in campagna.

L’affare del fotovoltaico sta attirando diversi proprietari terrieri in provincia di Treviso. Il parco approvato a Loreo, a Rovigo, ha fatto accelerare le richieste, convincendo imprenditori e proprietari a progettare nuove installazioni. l’ordine di malta Remo Mosole è pronto a presentare tre progetti: alla cava Borgo Busco di Spresiano, alla cava di via Vesuvio a Camalò e un altro a Bassano.

Ma a pensare in grande è soprattutto l’Ordine di Malta che vuole destinare almeno 200 mila metri quadrati della propria sconfinata proprietà a Spresiano appunto a un parco fotovoltaico.

Un impianto che sarebbe sei volte più grande di quello di Casier, che però oggi è l’unico ad aver già iniziato il suo percorso autorizzativo in Regione.

Dettagli progettuali ancora non ce ne sono, ma il Sovrano Militare Ordine di Malta (Smom) è proprietario di più di due milioni e mezzo di metri quadrati del territorio di Spresiano; ovvero, tolti gli ettari del Piave, il 20% della superficie comunale. Tutti, eccezion fatta per villa Giustiniani, sono agricoli, e sono amministrati dalla Commenda Giustiniani. Il patrimonio è il frutto dei possedimenti accumulati a Spresiano dai nobili veneziani Giustinian-Recanati in tre secoli. Poi il conte Lorenzo Giustiniani, a metà dell’800, prima di morire fece scrivere nel testamento che il patrimonio di famiglia andava trasmesso a 12 figli e avrebbe dovuto rimanere indivisibile. Una volontà rispettata dai cinque figli maschi che si rivolsero proprio all’Ordine di Malta per fondare, alcuni anni dopo, la Commenda Giustiniani Recanati.

Oggi è una vera e propria azienda, incentrata sull’agricoltura, che occupa poco meno di 260 ettari a Spresiano. Ed ecco che quindi tutta questa superficie diventa ideale per il business del fotovoltaico: un’unica proprietà e molti metri quadrati a disposizione. Il progetto non è ancora stato presentato, pertanto non si sa se si tratterà di un “agrivoltaico” – ovvero pannelli sospesi che consentono di mantenere al di sotto una certa produzione agricola – o semplice fotovoltaico a terra, come quello di Casier.

La Commenda non ha probabilmente le competenze tecnologica per realizzare e gestire un impianto del genere, avendo tra i suoi scopi quello di far fruttare il patrimonio senza venderlo – almeno che non se ne acquisti altro in cambio – ecco che affittarlo ad aziende produttrici di energia diventerebbe una soluzione economicamente vantaggiosa. mosole Ma sempre su Spresiano ci sono anche gli occhi di Remo Mosole; «Sono pronto a costruire tre parchi fotovoltaici.

L’Europa e l’Italia li incentivano, e io spendo ogni anno un milione e mezzo di elettricità», conferma l’imprenditore. In questo caso però i progetti riguardano le cave dell’azienda, che da piano urbanistico sono sempre classificate come agricole ma sono di fatto terreni già compromessi.

La diffusione del fotovoltaico su cave e discariche è sostenuta unanimemente, quindi i piani di Mosole non dovrebbero scontrarsi con i cori di contrarietà che invece già oggi, prima che venga presentato, sta incontrando il piano dell’Ordine di Malta. Mosole vuole installare i pannelli sulla cava Borgo Busco (fatalità comprata anni fa proprio dallo Smom), che ha recentemente ottenuto il via libera per l’ampliamento dell’impianto del fresato, sul sito estrattivo tra Camalò e Volpa in via Vesuvio, e a Bassano. Tutti progetti che dovrebbero superare il megawatt di produzione, ma che in gran parte saranno destinati ai consumi dell’azienda di Mosole. Tra l’altro i progetti sulle discariche – al contrario di quelli su terreno agricolo produttivo – possono contare su incentivi che li rendono particolarmente remunerativi.

PAROLA A LEGAMBIENTE

«Sul fotovoltaico si sta creando uno spauracchio, mentre l’energia rinnovabile in agricoltura è fondamentale».

Parla il presidente regionale di Legambiente, Luigi Lazzaro. L’associazione, pur con alcuni distinguo, sostiene la diffusione dei pannelli fotovoltaici anche sopra i terreni agricoli; differenziandosi, e molto, dalle posizioni durissime tenute in queste settimane da Coldiretti, e pure da Confagricoltura. Il distinguo è uno: agrivoltaico o vecchio fotovoltaico. A quest’ultimo (che è quello che ispira il progetto di Casier) anche Legambiente dice no, mentre nel primo caso il sostegno è totale. «Le energie rinnovabili in agricoltura sono fondamentali per la decarbonizzazione delle emissioni del settore. Come sosteniamo il recupero delle deiezioni per la produzione di gas metano, crediamo che il fotovoltaico debba essere inserito.

Va chiaramente normato il fenomeno, per evitare un assalto dei terreni, ma a differenza dei vecchi pannelli a terra, la nuova tecnologia potrà garantire la produttività del terreno. A volte i progetti insistono su aree che sembrano agricole, ma che nei piani urbanistici sono invece produttive.

Potrebbero avere sviluppi ben più impattanti», prosegue Lazzaro. Il cosiddetto agrivoltaico, prevedendo l’elevazione dei pannelli da terra e consentirebbe di continuare a coltivare sul suolo; il contrario di quanto avviene con i vecchi parchi fotovoltaici.

Legambiente caso mai pretende regole sulla realizzazione di questi impianti, in modo da impedire l’uso di diserbanti e di strutture in cemento per sostenere i pannelli, ma non vuole uno stop generalizzato, come quello che prevede il progetto di legge della Regione. «Speriamo di essere convocati per avviare un percorso con il mondo agricolo ed evitare le speculazioni. Di positivo c’è che definisce alcune aree agricole, ma non vogliamo che sia una semplice testimonianza per alzare la voce e mostrare di essere contrari, come il progetto di legge di oggi», aggiunge Lazzaro. Il documento, sostenuto invece fortemente da Coldiretti e Confagricoltura (che anzi chiedono alla Regione o di accelerare), rischia l’ impugnazione. Non solo davanti a Tar e Consiglio di Stato, ma anche sotto un profilo di incostituzionalità.

«Sono convinto che lo sia ad esempio la regola che impone che l’impianto debba essere del coltivatore diretto o agricoltore proprietario del terreno», conclude Lazzaro. E proprio questo rischio di incostituzionalità ha o fermato il progetto di legge in regione.

A Palazzo Balbi si riflette su una modifica che darebbe ai Comuni, invece che alla Regione, più potere per fermare i progetti, scaricando però la patata bollente sui sindaci. In consiglio regionale intanto si alza la voce di Andrea Zanoni del Pd, che spinge verso lo stop.

«Le rinnovabili sono il futuro e dovrebbero già essere il presente, ma non possono diventare un business che distrugge altra campagna, nella regione che da tre anni detiene il primato del consumo di suolo. Già il Ptrc dà delle indicazioni abbastanza chiare: si parla, come ubicazione preferenziale, di cave, siti industriali e discariche. In Veneto abbiamo l’imbarazzo della scelta, invece si preferisce eliminare altri campi per un motivo molto semplice: costa meno».

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