«Pochissimi controlli e formazione carente Ecco perché nel 2021 si muore di lavoro»

Marco Bentivogli, ex segretario generale dei metalmeccanici Cisl «Siamo un Paese in cui la cultura della sicurezza non è sufficiente» 

l’intervista

Morire di lavoro, alla vigilia della Festa del lavoro. Mattia Battistetti, 23 anni, è morto a Montebelluna schiacciato da un carico che si è staccato dalla gru. Cronaca e calendario hanno riacceso il tema sicurezza sul lavoro, e la morte di Mattia ha avuto un’eco nazionale: «Quello che è successo è inaccettabile, sempre» tuona Marco Bentivogli, già segretario generale Fim Cisl, «ma lo è ancora di più oggi, perché avremmo tutti i mezzi a disposizione per impedirlo».
Oggi è la Festa del lavoro, e ci ritroviamo a parlare di un ragazzo di 23 anni morto in cantiere, schiacciato da un carico di 15 quintali.
«Giovedì è stata una giornata terribile, anche a Taranto un ragazzo è morto nell'area portuale. È stato un giorno drammatico per il lavoro, oggi è importante soprattutto essere vicini alle famiglie. Ma il Paese deve affrontare questo tema con un altro approccio».
Partiamo dagli ispettori e dalle autorità di controllo: quanto incide la carenza di personale?
«C’è un generale disinvestimento in tutte le autorità ispettive, sia quelle che contrastano il lavoro nero, dove si concentrano spesso gli incidenti, sia quelle dedicate alla sicurezza degli ambienti di lavoro, come lo Spisal. In generale, è stato raccontato che la questione centrale per quanto concerne la “sicurezza” degli italiani riguarda chi arriva con i barconi e non ci accorgiamo che in realtà la vera carneficina avviene sul lavoro. E dipende molto spesso dal non seguire normali regole e procedure. Si è mollato sulla cultura di protezione della vita».
La prima cosa da fare?
«Potenziare gli uffici ispettivi. La possibilità di ricevere un controllo oggi è rarissima, nonostante qualcuno dica il contrario. Invece è ripartito il lavoro e sono ripartiti i morti sul lavoro. È un Paese che non fa tesoro della propria memoria. Sono tragedie inaccettabili».
L’emergenza sanitaria ha drenato risorse agli enti di controllo? Gli ispettori Spisal, per esempio, vengono utilizzati nei centri vaccinali.
«Il Covid incide, ma non è il grosso della questione. Il punto è che il personale è ai minimi storici. È chiaro che in questo momento tutti, dalla protezione civile a chiunque altro, sono concentrati su tamponi e vaccinazioni. Ma con la ripresa bisogna ripartire dalla legalità. Se si spezza un carico vuol dire che non si stava rispettando qualche norma. Le persone non possono stare in sicurezza se sono sotto carichi pendenti. Inaccettabili nel 2021, inaccettabile sempre, ma oggi abbiamo una grande quantità di norme, procedure, percorsi di formazione. Nell’ultimo contratto da sindacalista, per esempio, avevo detto di controllare i “quasi infortuni”: le situazioni in cui gli incidenti non accadono, ma per poco. Ecco, lì bisogna capire cosa non sta funzionando».
Non solo morti sul lavoro: in provincia di Treviso ogni giorno ci sono più di trenta denunce per infortuni.
«Un problema drammatico, foriero di invalidità sul lavoro e situazioni di grande difficoltà. Oggi avremmo tecnologie e norme per far lavorare le persone in sicurezza, i numeri che abbiamo e i morti sono segnali invece di un’Italia che vuole ripartire non dalle cose buone ma ripercorrendo gli stessi errori che ha fatto. Un’Italia smemorata. Altro che nuova normalità».
La formazione dei dipendenti è sufficiente? Può aiutare a prevenire nuovi lutti?
«Formazione non se ne fa abbastanza. E dev’essere di qualità. Non si facciano cose precettive che non sono efficaci. La partecipazione dev’essere dentro corsi paritetici che riguardino sia dipendenti che dirigenti. I lavoratori devono partecipare e poter spiegare in ogni momento le cose che non funzionano. Dove l’azienda ascolta ogni minuto della giornata i dipendenti, che non devono avere nessuna paura di denunciare ciò che non va, le cose vanno meglio. Gli imprenditori non capiscono che il costo principale è il costo umano, di vite, e non hanno prezzo. Ma chi non investe in sicurezza è un pessimo imprenditore anche nella capacità di fare soldi, l’insicurezza è una cosa costosissima. All’estero lo hanno capito meglio di noi». —




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