Rospo Smeraldino innamorato pronto a tutto per la sua ranocchia «Salviamolo dai copertoni»

Mille sfumature di verde tra il Montello e il Piave, quando al primo imbrunire scatta il sacro rito Reticelle, secchi e guantoni impediscono che l’amore finisca arrotato prima di giungere allo stagno 

TREVISO. Al calar di una sera di primavera la pioggia sottile tiene compagnia al bosco del Montello, giusto di fronte al Piave. Serata umida, temperatura di 9°C, tra la sterpaglia si muove qualcosa. È un rospo, specie “Bufo bufo”, color marrone e portamento fiero. Due passi più in là spuntano le macchie di un altro anfibio: il rospo “smeraldino”. Elegante e un po’ spaesata una rana di “Lataste” con la pelle rosea resta immobile sull’asfalto. Basta un accenno di oscurità per destare questi piccoli animali, che rispondono al richiamo ancestrale dell’acqua. È il Piave, appunto, a chiamarli. È così da sempre. Ma nell’ultimo secolo, a questo sacro rito della natura, si è frapposto l’uomo con strade, case, rampe di cemento, tombinamenti dei fossi, canali artificiali. Per i piccoli anfibi è sempre più difficile raggiungere gli stagni, habitat essenziale per la riproduzione.

Inseguendo il richiamo dell'acqua: con i volontari che salvano i rospi sul Montello



VOLONTARI IN AZIONE

Così dalle parti del Montello, ma anche nella Pedemontana trevigiana, è nata l’associazione Sos Anfibi, oltre cento iscritti, un gruppo di infaticabili sentinelle dell’ambiente. Facile incontrarle sulla Panoramica, in località Santa Mama. Pettorina catarifrangente, stivali, secchio, retini e torce accese, i volontari raccolgono rane e rospi, li aiutano a superare la strada trafficata e i canali artificiali che impediscono di raggiungere le pozze naturali per deporre le uova. Si procede fra terreni scoscesi ed erbe bagnate. «Prima della migrazione installiamo delle reti sul ciglio della strada, le posizioniamo rasoterra per trattenere gli anfibi, impedendo che arrivino sulla carreggiata e vengano uccisi dalle auto» dice Franco Nicoletti, presidente di Sos Anfibi. A Crocetta ne sono state tirate oltre quattro chilometri, lo stesso negli altri due siti di salvataggio: il bosco di Fagarè a Cornuda e l’area vicino all’Asolo Golf Club a Cavaso. «Le barriere salva-rospi esistono da 13 anni, prima qui sull’asfalto era una strage. Gli anfibi sono animali lenti, spesso la femmina piena di uova porta in groppa anche il maschio. L’unico obiettivo che hanno è raggiungere l’acqua per deporre e poi tornare in collina», prosegue Nicoletti, «pensare oggi alla costruzione di “rospodotti” potrebbe rappresentare un valido aiuto».

SPETTACOLO DELLA NATURA

Il grande esodo è fatto di infinite sfumature di verde. I volontari setacciano ogni sera la zona, perlustrano anche tombini e canalette di cemento. Si muovono con destrezza e agilità. Fabio Polesel, 34 anni, un toscanello fra le labbra e retino in spalla, recupera i rospi precipitati in un soffione. «Sono originario di Nervesa, mi sono trasferito qui da poco, grazie a un amico ho conosciuto l’associazione e ho deciso di impiegare il tempo libero facendo qualcosa di utile per l’ambiente». Loris Campana, 55enne di Bassano, non teme la distanza. «Ho scoperto il Montello, una zona straordinaria da preservare e conoscere. Il viaggio di quaranta chilometri vale l’opportunità di stare in mezzo alla natura». A convincerlo, l’amica Anna Pozzatello, 38 anni di Giavera, che si definisce «una simpatizzante dei rospi» fin da quando era bambina.

VERSO IL FIUME

Con i secchi pieni del gracidante bottino inizia la discesa al fiume. Le torce fendono il buio, accarezzano distese di aglio orsino e orchidee selvatiche. Tutti i sensi in allerta. Il viso avverte la frescura di una cascata che si avvicina all’orecchio. Profumo di muschio. Poi, finalmente, il riflesso dell’acqua e una gracchiante melodia che si alza fra i canneti. Secchi a terra i volontari iniziano a liberare gli animali sulla riva. Le rane schizzano via con un salto, i rospi iniziano a nuotare, le femmine sembrano danzare tra le alghe. «Qui portiamo ogni anno 7.500 anfibi» ricorda Franco Nicoletti «ma questo paradiso andrà distrutto se verrà realizzato il progetto delle casse di espansione sulle Grave di Ciano. La zona degli stagni verrà completamente cancellata. Speriamo che la Regione decida di non proseguire con il progetto», conclude Nicoletti. «Sarebbe uno dei più grossi disastri ambientali in Veneto». —

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