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Schiavon difende Consoli. «Il crac di Veneto Banca? Colpa del sistema»

L’ex vicepresidente è stato sentito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta: «Gestire un istituto di credito è complesso e non è opera di una sola persona»

MONTEBELLUNA. È stato il sistema che ha affondato Veneto Banca, non Vincenzo Consoli, le responsabilità vanno cercate altrove anziché in chi era alla guida della banca, vanno cercate nel controllore che pensava a come far reggere il sistema nel suo insieme e non alle singole realtà bancarie»: parola di Giovanni Schiavon, ex presidente del tribunale di Treviso ed ex vicepresidente di Veneto Banca, subito dopo l'estromissione del duo Consoli-Trinca, eletto nella lista di Associazione Azionisti di Veneto Banca nel 2016. Ieri Schiavon è comparso in audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta e ha illustrato le sue considerazioni sul default dell'istituto di credito montebellunese. «L'audizione è andata bene - racconta Giovanni Schiavon, mentre torna da Roma - ho trovato i commissari molto interessati e decisi ad andare fino in fondo per arrivare a definire cosa è realmente accaduto».

Andare fino in fondo significa arrivare a quale verità?


«Significa capire cosa è avvenuto realmente e non accontentarsi di ciò che si vuol fare apparire. Gestire una banca è una operazione complessa e non è riconducibile all'opera di una sola persona. Io nella mia memoria ho messo in sequenza quanto avvenuto, partendo dalla crisi del 2007. Veneto Banca era cresciuta, diventando da una piccola banca una banca del territorio che finanziava le piccole e medie imprese, sottocapitalizzate ma dal grande dinamismo, facendo crescere economicamente il territorio, Veneto Banca era diventata la 12ma banca italiana. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti e arrivata poi in Europa, ha fatto crollare le quotazioni immobiliari e da lì sono nati i crediti deteriorati. Gli npl sono nati non perché c'erano stati finanziamenti agli amici degli amici, ma perché erano crollate le garanzie immobiliari. Certo può essere stato sbagliato qualche finanziamento, ma erano finanziamenti fatti per salvaguardare l'occupazione, per evitare fallimenti».

Lei era convinto che le popolari potevano essere salvate.

«Il crollo è iniziato quando l'antitrust europeo ha negato la possibilità di salvataggio della Terca tramite il fondo interbancario. Prima lo aveva consentito per le banche europee, tedesche soprattutto, poi lo ha negato e così le popolari italiane sono andate in crisi. Addirittura l'Antitrust europeo voleva definire il Fir come aiuto di Stato, come se i conti dormienti fossero di proprietà dello Stato e non delle banche».

Alla fine cosa ha portato al crack delle popolari allora?

«Una politica bancaria fatta di manovre maldestre sotto l'incalzare degli avvenimenti, fatta di manovre non lucide».

Include anche la trasformazione delle popolari in spa che lei ha sempre criticato?

«Certo. Le banche popolari erano il salvadanaio delle famiglie e il voto per socio anziché per capitale era una garanzia. Era sbagliato considerare i soci degli investitori, erano dei risparmiatori e quando tutto è crollato migliaia di famiglie hanno pianto».

Tra le manovre maldestre ha incluso anche le pressioni di Bankitalia per una fusione con la Vicentina?

«A Montebelluna non la vedevano di buon occhio, Bankitalia premeva perché ci fosse questa fusione, ma a Montebelluna era vista come una operazione per salvare la Vicentina ai danni di Veneto Banca e quindi era osteggiata».

Si è parlato anche della parte giudiziaria nell'audizione in Commissione d'inchiesta. Ha avuto parole di critica per come è stata portata avanti.

«Anzitutto ho trovato eccessivo quell'aggettivo despota affibbiato a Vincenzo Consoli dal procuratore di Treviso. Ho già detto che la gestione di una banca è operazione complessa e non può essere attribuita ad una sola persona. Poi a Treviso si sono persi inutilmente tre anni mandando tutte le carte a Roma, tornate indietro dopo tre anni appunto come semilavorato. Per la Vicentina tutto è stato fatto a Vicenza e nessuno ha eccepito, invece per Veneto Banca si sono inviate le carte a Roma e sono tornate a Treviso dopo tre anni. È inutile lamentarsi ora se tutto finirà in prescrizione, perché sono stati buttati via tre anni».

Ma non sembra convinto che la via giudiziaria porti a individuare responsabilità individuali.

«È stata una crisi che ha avuto origine dalla crisi del 2007 e frutto di manovre maldestre del sistema, non penso che sia addebitabile a singoli soggetti». —
 

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