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Con la polmonite ma sempre negativi. In pronto soccorso a Treviso arrivano i Covid-like

Il primario del pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello Enrico Bernardi

Boom di accessi a marzo e aprile di malati con coronavirus. «Allo studio i pazienti che non reagiscono al tampone»

TREVISO. Funzionano come un filtro tra il territorio e l’ospedale alle prese con la terza ondata della pandemia. I pronto soccorso della Marca trevigiana tornano a stringere i denti per fronteggiare il virus, garantendo allo stesso tempo tutte le altre urgenze. «Registriamo picchi pesanti negli accessi» commenta il primario Enrico Bernardi, alla guida del pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. La giornata più nera è stata lo scorso 18 marzo, con 39 accessi per Covid. Mai così tanti, a fronte di una media giornaliera di 25 pazienti con sospetto Covid accolti dalla struttura nei mesi di marzo e aprile di quest’anno.

«Circa il 40% di questi casi viene confermato al tampone molecolare» aggiunge il dottor Bernardi. Ma sempre più spesso, ci si trova fare i conti con un misterioso, quanto preoccupante, fenomeno: la sindrome Covid-like. Si tratta di pazienti negativi al tampone e con sintomi sfumati, che poi, dopo una Tac, rivelano polmoniti interstiziali del tutto analoghe a quelle dei pazienti Covid.

«Abbiamo iniziato a vedere qualche sparuto caso alla fine della prima ondata, ora i Covid-like stanno diventando più frequenti. Li stiamo studiando, stiamo raccogliendo i dati» rileva il primario. Qualche informazione in più è già disponibile. «Molto spesso la sindrome Covid-like riguarda gli operatori sanitari non vaccinati: è quanto abbiamo osservato negli ospedali del Trevigiano» prosegue il medico. Restano tuttavia molti punti interrogativi, a partire dalla contagiosità di questi soggetti.

«Sappiamo che restano sempre negativi al tampone, anche se sviluppano gli anticorpi contro il virus. Quindi possiamo considerarla una forma di Covid. Quello che non possiamo ancora dire con certezza è se i Covid-like siano in grado di disseminare la malattia infettando i contatti oppure no» evidenzia Bernardi. A differenza delle altre due ondate, quella in corso sta comportando un impegno maggiore a causa della gravità dei pazienti che arrivano al Pronto soccorso con i sintomi del coronavirus. L’età media si è abbassata tra i 40 e i 50 anni e molto spesso il quadro clinico è già compromesso.

«Arrivano con livelli di saturazione molto bassi che richiedono l’immediato ricovero con supporto di ossigeno» spiega il medico «ciò accade perché il virus è subdolo e quando la saturazione si abbassa non dà avvisaglie, la si individua solo con il saturimetro».

Medici delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) e medici di famiglia, sono cruciali per stabilire quando è necessario l’invio del paziente in ospedale. Il 5% degli infettati medio-gravi viene seguito attraverso il trattamento domiciliare con ossigeno, l’Ulss ha attivato un apposito canale per la fornitura di concentratori e bombole che erogano fino a 2 litri di ossigeno al minuto. Alla gestione pandemica si somma quella di traumi e patologie non Covid. Tra gennaio e febbraio il Ps del capoluogo ha seguito ogni giorno 200 pazienti mediamente. —
 

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