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Troppo cemento con il Piano Casa, per Marzio Favero la legge regionale va cambiata

L’ex sindaco di Montebelluna: «I Comuni devono avere più poteri, stop a palazzi enormi costruiti vicino a villette di due piani. Bisogna correggere le criticità con il buonsenso»

TREVISO. Da sindaco aveva sollevato la questione delle criticità del Piano Casa, e ora da consigliere regionale intende proporre delle modifiche a Veneto 2050, come si chiama l’ultima versione di tale legge introdotta nel 2019, per introdurre il principio della congruità urbanistica da affiancare alla pratica edilizia, per evitare che le deroghe consentite stravolgano il contesto urbanistico in cui si inseriscono gli interventi edilizi.

Si cambia


Marzio Favero, nella sua nuova veste di legislatore, intende infatti introdurre la discussione nell’assemblea regionale per rimediare alle criticità che aveva notato nei suoi nove anni e mezzo da sindaco di Montebelluna, quando aveva visto sorgere dei condomìni dove prima c’erano piccole case singole.

In un caso c’era pure stato il diniego a una autorizzazione presentata in base al Piano Casa, ma di fronte a un ricorso al Tar il suo Comune aveva dovuto arrendersi e dare il via libera all’operazione. E casi di sviluppi molto importanti, con relative polemiche, fioccano ovunque: dal caso di via Manin a Montebelluna fino a via Giotto a Castelfranco fino al Bosco Verticale, sulle Restera a Treviso. Ma sempre a Treviso sono ormai decine, i casi di vecchie case demolite e sostituite da mega palazzi.

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Voce ai comuni

«Intendiamoci», premette Marzio Favero, «il Piano Casa è stato uno strumento emergenziale negli anni di crisi del settore edilizio ed è stato uno strumento che ha consentito alle piccole e medie imprese edilizie di lavorare perché semplificava in modo importante le procedure. Adesso però si tratta di guardare al dopo crisi e quindi di migliorare la legge intervenendo là dove sono state rilevate criticità».

Si tratta di ridare un ruolo in materia anche ai Comuni: «Oggi i Comuni non hanno voce in capitolo fino ai 2 mila metri cubi e le pratiche del Piano Casa riguardano solo la procedura edilizia, consentono con lo strumento del credito edilizio di demolire un fabbricato incongruo in zona agricola e di ricostruirlo in area congrua anche con un aumento della cubatura che si avvicina al 100%. Va tutto bene, ma manca un aspetto importante dal momento che è una legge finalizzata alla rigenerazione urbanistica: la congruità urbanistica appunto.

«È questo che si deve introdurre, con procedure semplici, e questa valutazione va affidata ai Comuni che oggi non possono intervenire sulle deroghe che il Piano Casa consente. Per fare un esempio una demolizione e ricostruzione di maggiore volume può andare benissimo se il nuovo edificio non sopravanza in altezza i fabbricati circostanti, diverso è il caso in cui viene elevato un condominio di tre o quattro piani in mezzo a casette a due piani. Quindi il criterio che dovrebbe essere introdotto è quello del contesto urbanistico in cui viene operato un intervento».

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Che dice la Regione?

Ma c’è un clima in consiglio regionale disposto a tale modifica? «Ho cominciato a parlarne con l’assessore Corazzari e con la presidente della seconda commissione regionale Rizzotto. Non si tratta di mettere ostacoli agli interventi, ma di contestualizzarli urbanisticamente. La mia proposta sarà di intervenire col buon senso sulle criticità in modo da correggerle».

Il Piano Casa ha fatto sorgere condomìni a forma di cubo in mezzo a palazzi del primo Novecento di ben altro stile architettonico: «È una scelta architettonica che sta andando di moda, è un ritorno al costruttivismo razionalista. È una moda in pratica, che nulla ha a vedere col Piano Casa. Ci sarebbe da discutere se è il caso di far tornare in vita le commissioni dell’ornato per valutare le scelte estetiche». —

 

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