Contenuto riservato agli abbonati

«Coltivo l’insalata nell’aria dentro i capannoni recuperati»

L’imprenditore trevigiano Daniele Modesto, alla guida di Zero

L’imprenditore trevigiano punta sull’orto verticale: ortaggi senz’acqua né terriccio. La società, nata nel 2018, immetterà sul mercato 3 mila tonnellate l'anno

TREVISO. Insalata biologica prodotta senz’acqua, senza terra, senza fitofarmaci. Senza sprechi di energia e di spazio. All’interno di capannoni industriali recuperati, dove le piantine crescono appoggiate su particolari ripiani di plastica con le radici libere.

La tecnica si chiama “orto verticale” e ha nell’imprenditore trevigiano Daniele Modesto, 46 anni, uno dei rappresentanti più credibili, al timone dal 2018 dell’azienda Zero, con la controllata Zero Farming responsabile della coltivazione. L’insalata nata all’interno dei capannoni (per ora il sito principale è uno stabilimento di Pordenone) sbarcherà – è questione di giorni – anche nei supermercati trevigiani della catena Eurospesa.

La tecnica

«Siamo partiti dall’idea che l’agricoltura di oggi deve essere ripensata: consuma molto suolo, consuma moltissima acqua, il 70% di quella disponibile. In tempi di cambiamenti climatici, è più problematica rispetto a un tempo» racconta Daniele Modesto.

«Il trend di urbanizzazione massiccia e il consumo di chimica in agricoltura contribuiscono a uno scenario non sostenibile. Noi prendiamo il campo all’aperto e lo trasformiamo in impianto indoor anche all’interno di spazi industriali dismessi da rigenerare. Le piante le facciamo crescere una sopra l’altra, in verticale, per ottimizzare l’utilizzo dello spazio. Siamo noi a governare il ciclo di coltivazione controllando luce, temperatura, umidità, senza contaminazioni dall’esterno. Un prodotto pulito tutto l’anno e con sostanziale risparmio di acqua, oltre il 95% rispetto all’agricoltura tradizionale, perché non penetra nel terreno».

Prima perplessità: coltivare l’insalata senza il terreno? «Non serve un substrato né di terra né altro. Le verdure vengono seminate su supporti fisici di plastica che laviamo e sterilizziamo. La pianta ha solo bisogno di nutrienti e di energia luminosa. I nutrienti sono presenti non nel terreno ma nella soluzione nutritiva che viene spruzzata sulle radici, che sono libere in aria. Così elimino le contaminazioni del terreno come i metalli pesanti. È una soluzione aeroponica, con acqua pulitissima, passata da filtri particolari, con altri elementi che sono le sostanze nutritive come ferro, nichel, magnesio, nelle giuste proporzioni».

La fascia di mercato

Dal punto di vista commerciale, l’insalata ottenuta con questa tecnica si colloca nella fascia di mercato del prodotto biologico, ma a un prezzo inferiore. Con le stesse modalità di coltivazione si possono produrre tutte le insalate, le erbe aromatiche, le verdure, ma sono in fase di sperimentazione anche fragole, frutti di bosco, pomodori. Insomma, tutte quelle piante che non si sviluppino particolarmente in altezza.

E il progetto di recupero dei capannoni abbandonati? «Il nostro impianto pilota è a Pordenone, in una vecchia verniciatura industriale. Vogliamo rigenerare la grande abbondanza di patrimonio immobiliare dismesso. L’impianto di Pordenone produce 30 tonnellate l’anno, tra il 2022 e il 2023 il programma italiano prevede di arrivare oltre le 3 mila tonnellate di prodotto l’anno. Abbiamo immaginato di collocare tre grandi hub produttivi, a Treviso immaginiamo delle “farm” urbane più piccole per le comunità locali». —



© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Lattuga al forno con alici e olive

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi