In un anno di Covid a Treviso quasi 1.600 morti:  è un altro 7 aprile

La seconda ondata pandemica è stata quattro volte peggiore della prima. La terza è ormai in arrivo, l’attesa del vaccino per tutti 

TREVISO. Alla fine siamo ancora (quasi) tutti qua ad aspettare: una nuova ondata, la terza. Forse più terribile delle prime due, forse no, a questo punto nessuno è più in grado di prevederlo.

Un anno dopo quel terribile 25 febbraio 2020 – quando una insegnante in pensione perse la vita per prima nella Marca a causa del Covid – sentiamo il fragore dell’onda, udiamo le grida di chi ne è già stato travolto: dall’Umbria, da Brescia, da Bolzano si levano voci di chi quella terza ondata ce l’ha ormai sotto casa. Noi siamo qui, ormai inebetiti, a guardare i numeri che ballano, la curva in discesa da un mese, che però ora non vuole più calare: il mare si fa piatto, preannuncia la risalita. E già si vede la schiuma.


Nei grafici che pubblichiamo in questa pagina i numeri di queste ondate.



Nella Marca ci siamo finiti dentro il 25 febbraio 2020, dicevamo, e rapidamente è scattato il lockdown totale: prima per province, poi a livello nazionale (l’8-9 marzo). Sembrava uno scherzo, una cosa di pochi giorni. “Andrà tutto bene”, ci siamo ripromessi.

E lo abbiamo ripetuto cantando dai balconi, disegnandolo sui muri, scrivendolo in versi. Siamo stati a casa con i nostri familiari, qualcuno ci ha rimesso il lavoro e i guadagni, chi ha potuto è salito sulle scialuppe dei ristori e gli altri pazienza, due mesi a mollo.

Intanto i casi crescevano, e anche i morti. E quelle epigrafi affollate agli angoli delle strade deserte facevano impressione. E le sepolture senza funerale. E le bare di Bergamo trasportate dai camion militari. Immagini che mai più potremo scordare.

A fine maggio contavamo ben 313 morti nella Marca, quasi 2.700 casi. Sembrava un’enormità.

Ce lo siamo detti in tanti: «Mai, mai, mai dimenticheremo. Faremo tesoro di questa esperienza. Nessuno o tutti: ci salviamo insieme». Poi è arrivata l’estate del Billionaire e del Muretto.

Era l’estate gaudiosa di chi autorevolmente ci informava sicuro che «il virus ha perso forza», che «è un fatto, una osservazione oggettiva» compiacendo chi, sornione, proclamava la stagione del liberi tutti, dell’economia che riparte. Il virus ha danzato con noi sulla pista fino a Ferragosto compreso e solo il giorno dopo si è provveduto a spegnere le luci in sala.

Settembre è il mese dei ripensamenti, cantava Guccini, e alla riapertura delle scuole vien giù tutto: il trasporto pubblico non è pronto, i banchi diventano la nuova linea del Piave del dibattito pubblico, ogni restrizione viene rimessa in discussione all’infinito, ogni occasione è materia di rissa verbale.

È il 26 ottobre quando Piazza dei Signori si riempie di gente che grida contro le mascherine, contro le chiusure a zone, contro i sacrifici, contro il governo, contro Roma. «Autonomia, autonomia», è la parola d’ordine scandita. E già si vedono le gondole della Serenissima far argine allo tsunami in arrivo. È la storia della seconda ondata. Se il primo cavallone ci era sembrato feroce, cosa dovremmo dire di questo?

I morti sono quintuplicati rispetto alla prima ondata: siamo quasi a 1.600 decessi: un nuovo 7 aprile 1944 per Treviso. Dei contagi ormai si è perso il conto. Il dato ufficiale è oltre 64 mila, ma è chiaro a tutti che – saltati i tracciamenti – ogni numero è possibile. L’Istat a gennaio certifica che i morti veri, nell’anno precedente, sono cresciuti in totale del 29 per cento rispetto alla media dei 5 anni precedenti.

Abbiamo vissuto una Natività da incubo, un Capodanno peggiore, un gennaio con qualche timida speranza grazie a una curva in lenta discesa: la “zona arancione” ci ha protetti poco, non ci ha consentito quel rapido rientro dall’emergenza che si è visto laddove invece i provvedimenti sono stati più severi (zona rossa).

E siamo ancora qui, aggrappati ai ristori come a cassoni di legno nel mare. Con gli occhi incollati al faro dei vaccini, che arrivano a tratti. Un miracolo della scienza, certo, ma la terza ondata è ormai qui, ne sentiamo la schiuma. E tutti i giorni ci ripetiamo: «Questo mese è andata così, ma dal prossimo...». —


 

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