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La tragedia di Castello di Godego, la lettera choc: «Ecco perchè ho ucciso mio figlio»

La tragedia di Castello di Godego. Nelle quattro pagine di block notes autografate, trovate sul tavolo di casa, il dramma che stava sconvolgendo Egidio. Ha soffocato il figlioletto di due anni prima di suicidarsi

CASTELLO DI GODEGO. «Solo io ho capito la gravità della diagnosi che i medici hanno fatto a mio figlio, solo io ho compreso la gravità della malattia». Parole che pesano come macigni, un pugno nello stomaco arrivato all’improvviso, quando meno te l’aspetti, quando non sei preparato. Vergate in quattro pagine, due fronte retro, scritte di getto e con una calligrafia frettolosa, mezzo in stampatello, mezzo in corsivo, in un block notes, lasciato sul tavolo del salotto perché chiunque entrasse in casa, lo notasse subito. Nessun intestatario specifico, solo nudi sentimenti.



La malattia

A fianco, posata vicino al testamento spirituale, una foto del figlio Massimiliano che lo fissava con i suoi occhioni vispi. Quel figlio che fino a poche settimane prima considerava perfetto, un capolavoro di moglie e marito, salvo scoprire che forse poteva avere qualche difficoltà, o ne manifestava i primi impercettibili sintomi.

Nel padre, qualche cosa si è inceppato. Un po’ come quando non entra la retromarcia, come quando la frizione sfrigola. Una paura si era insinuata in lui . Era entrato in un vortice dal quale non riusciva a uscire e che giorno dopo giorno lo stava rodendo, un macigno da spingere fin sopra una montagna. Un peso troppo grande da caricarsi sulle spalle e che credeva nemmeno il figlio avrebbe sopportato.

Egidio Battaglia, il 43enne che sabato 20 febbraio attorno a mezzogiorno ha strangolato il suo primogenito per poi tagliarsi la gola con un fendente da parte a parte che gli ha reciso la giugulare, da due settimane viveva un incubo, incapace di chiedere aiuto, dal quale non riusciva più a liberarsi e che lo stava soffocando. Allo stesso modo in cui lui ha soffocato il figlio.



L'incubo

Nella lettera testamento, quasi un de profundis, è come avesse riletto gli attimi di vita quotidiana vissuti con il piccolo, ritrovando lacune, riannodando fili spaiati che lo hanno portato a confermare nella sua mente, quanto gli avrebbero detto gli specialisti sul bimbo.

O quanto lui, più verosimilmente, avrebbe capito. Che forse avrebbe sofferto di autismo, tanto che il papà, nel suo scritto, riporta anche la sigla alfanumerica che indicherebbe il disturbo autistico. Per lui, papà, è stato come l’avverarsi di un incubo. «Solo io ho compreso la gravità della diagnosi». Molto gira attorno alla parola «gravità». Quella che gli altri non avrebbero mai potuto capire. A differenza del padre. Il suo tarlo.



Non sapeva dire mamma e papà

Nella lettera, il padre descrive attimi di vita quotidiana. Rilegge le serate con il bimbo, tornato a casa dal lavoro, le cene, i giochi. La normalità di una famiglia piena di amore. «Non sa pronunciare il nostro nome, non mi guarda con affetto chiamandomi “papà”». Non aveva iniziato a farlo quando avrebbe dovuto, secondo il padre. Particolari che Egidio aveva forse ingigantito, ripetendoli tra sè e sè, rimuginandoci sopra come spesso accade quando ci si allontana dalla realtà, rinchiudendosi nel proprio dolore.

Eppure, stando ai vicini, agli amici, alle persone che lo vedevano sempre al parchetto con i genitori, quel bimbo era del tutto normale: chiacchierone, allegro, desideroso di stare in compagnia. Mai contento di andare a casa. Non manifestava difficoltà di alcun genere. Come ha ripetuto sabato anche il fratello minore di Egidio, Stefano.

La tragica decisione

È questa angoscia che pian piano lo ha portato a formulare l’idea di morte che, insidiosa, si è fatta strada nella sua mente, fino a diventare sempre più concreta. La consapevolezza di quanto lui immaginava stesse accadendo al figlio. «Solo io so cosa significa quella malattia».

Da qui la decisione di «alleviare le sofferenze future del bimbo, le mie e le sue». Con un atto irreversibile, uccidere entrambi. Prima strangolare il bimbo, poi tagliarsi la gola da parte a parte con un coltello, recidendo la giugulare, in un ultimo tentativo disperato di farla finita. E dal quale padre e figlio non sono più tornati indietro.

"So cosa penseranno di me"

Egidio Battaglia è stato fino all’ultimo consapevole che sarebbe stato considerato un «mostro». «So cosa penseranno di me per quanto ho fatto, so che sarò considerato un “mostro”. Ma il dolore che sto provando lo conosco solo io e l’ho fatto per evitare a mio figlio un futuro di sofferenze. Preferisco questa scelta, per il bene di tutti, prima che sia troppo tardi».

Un processo irreversibile quello che si era innescato nella sua mente e nel suo cuore. Non riusciva a sopportare quel pensiero. Non si capacitava che suo figlio avrebbe potuto vivere delle difficoltà e che non avrebbe avuto vicino i genitori. Vedeva la morte dietro l’angolo.



Il testamento

Ciascuna delle quattro pagine è firmata, in caso chi avesse letto la lettera, non solo la moglie, il padre o il fratello, ma anche un magistrato un giudice, non avesse dubbi sulla sua veridicità e sul fatto che fosse stata scritta di suo pugno. «Lascio tutto a mio padre e mia moglie», sono le parole che si leggono ancora nello scritto. I suoi due punti di riferimento.

Il papà, da cui doveva pranzare e la persona che con lui ha diviso la vita fino a quel momento, la madre di suo figlio. Nella lettera le parole d’affetto per il piccolo: «Massimiliano è la migliore creatura che potesse venire al mondo. Ma quando sarà grande e non ci avrà più, che cosa farà?».

Le parole sono scritte di fretta, quasi non avesse voluto tornarci sopra, ma solo far conoscere i suoi pensieri. Quasi avesse il timore che qualcuno lo scoprisse, che sarebbe potuto arrivare un parente, oppure cambiare lui stesso idea prima di riuscire a portare a termine il copione che aveva già preso vita nella sua mente.

Il resto è cronaca di una tragedia, spiegata in quattro pagine, testamento spirituale di un padre che aveva bisogno di aiuto. —


 

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