Accoltellò moglie e figli, pena dimezzata

Oderzo, l’operaio accusato di duplice tentato omicidio ha ottenuto in Corte d’Appello la riduzione della reclusione a 6 anni e 10 mesi

ODERZO. Nel processo di primo grado, nel maggio dell’anno scorso, fu condannato a 10 anni e 2 mesi di reclusione per duplice tentato omicidio nei confronti della moglie e di un figlio e per lesioni aggravate verso gli altri due. Fu invece assolto dall’accusa di aver maltrattato la moglie per quasi trent’anni.

In Appello per Ahmed Adil, 61 anni, l’operaio di Colfrancui, arrestato la notte del 7 luglio 2019 dai carabinieri della tenenza di Oderzo, dopo l’aggressione a colpi di coltello dei suoi familiari, la pena è stata quasi dimezzata.

Il motivo? I suoi legali, gli avvocati Nicola Poloni e Marco Arrigo, hanno ottenuto il concordato in Appello ossia una sorta di patteggiamento che ha ridotto la pena, ora definitiva, a 6 anni e 10 mesi. Restano ancora avvolti nel mistero i motivi che armarono di coltello la mano dell’operaio di 60 anni. I coniugi marocchini, che vivevano in una palazzina di Colfrancui di Oderzo, litigavano molto spesso.

Ma mai si era arrivati a gesti di violenza così eclatanti. Mai una denuncia per maltrattamenti o violenza all’interno dell’ambito familiare era stata presentata, e la fedina penale di Ahmed Adil, operaio come la moglie, era sempre stata pulita fino al giorno dell’aggressione. Una coppia che viveva in Italia da 35 anni, e che era sposata da 30. Ma quella notte di domenica qualcosa provocò la furia dell’operaio nordafricano che con il coltello aggredì prima il figlio Mohamed, colpendolo ad un braccio e all’addome, e poi la moglie Mina Alami, ferendola al volto alla pancia e a un seno.

Il figlio Mohamed riuscì a saltare dalla finestra e a rifugiarsi in una vicina pizzeria da dove fu poi lanciato l’allarme al 112 mentre la moglie, che rincorse il marito nel disperato tentativo di bloccarlo, riuscì poi a rientrare in fretta in condominio e a chiudere il portone d’ingresso del condominio di via San Magno dove abitava la famiglia marocchina. Il marocchino allora suonò tutti i campanelli dei condomini, gridando, con un coltello in mano, di aprire perché «devo ammazzare mia moglie».

L’uomo poi fuggì in bicicletta, prima che arrivassero le pattuglie del carabinieri di Oderzo, ma fu più tardi rintracciato dagli uomini dell’Arma e arrestato con una serie di accuse che andavano dal duplice tentato omicidio alle lesioni personali passando attraverso i maltrattamenti in famiglia. Accuse che il pubblico Massimo Zampicinini, nel corso del processo di primo grado, celebrato in rito abbreviato, aveva rimarcato chiedendo, al termine della requisitoria, una pesantissima condanna ossia l’ergastolo ridotto a trent’anni di reclusione per lo sconto del rito abbreviato. Da parte loro, i legali dell’imputato, gli avvocati Nicola Poloni e Marco Arrigo, in requisitoria avevano cercato di ridimensionare le pesanti accuse della procura.

Il risarcimento dei familiari sarà definito in sede civile, anche se il giudice Mascolo ha quantificato una provvisionale di 50.000 euro per moglie e figlio gravemente feriti nell’aggressione. Gli altri due figli Jawad e Samia, feriti leggermente, non si sono costituiti parte civile. Ora sul grave fatto di cronaca cala definitivamente il sipario con il patteggiamento in Corte d’ Appello che rende definitiva la pena per l’operaio marocchino, tuttora in carcere, a 6 anni e 10 mesi di reclusione. —

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