Quei 400 ebrei deportati da Treviso e il sacrificio di padre Placido Cortese

Alla caserma “Cadorin” domani le celebrazioni in ricordo della Shoah Tre totem per commemorare lo sterminio degli omosessuali nei lager  

la memoria

Quasi 400 ebrei furono deportati dalla provincia di Treviso ai campi di concentramento nazifastisti tra cui Auschwitz dall’autunno del 1943 alla fine della seconda guerra mondiale. Uomini, donne, bambini, giovani e anziani. Sessantasei di loro erano cittadini trevigiani, fino a pochi mesi prima operai, maestre, farmacisti, imprenditori ben inseriti nel tessuto sociale. Gli altri 321 erano giunti anni prima a cercare rifugio nella Marca, considerata territorio “sicuro” anche grazie all’azione calmierante dei prefetti, fuggendo da Germania, Austria, Jugoslavia e dai territori occupati. In pochi tornarono indietro, la maggioranza lasciò questa terra in nuvole di fumo trasportate dal vento. Domani, giornata mondiale della memoria dell’olocausto, verranno ricordati idealmente perché a Treviso non esiste una targa, come quella del ghetto di Venezia, che salvi la memoria dei loro nomi e cognomi, dei volti, delle vite infrante.


CERIMONIA ALLA CADORIN

La cerimonia istituzionale della Memoria è prevista domani alle ore 11, alla presenza del sindaco Mario Conte nella caserma Cadorin dove tra il luglio 1942 e settembre 1943, prima della firma dell’armistizio, venne allestito un campo di concentramento per civili sloveni e croati. Duecento i morti di fame e stenti, migliaia gli internati. Una pagina di storia terribile riportata in luce grazie agli studi dell’Istresco. «Nel 2019 abbiamo posto delle targhe commemorative in quattro lingue e siamo orgogliosi che la nostra attività ventennale di ricerca abbia permesso di recuperare il valore di quello che oggi è un luogo della memoria» spiega Francesca Meneghetti del comitato scientifico. Suo è il libro “Al di là del muro” che racconta in dettaglio cos’è accaduto alla Cadorin e perché. Sempre domani alle 18 in diretta Facebook dalla pagina Istresco si terrà un incontro via web sul tema “Monigo, luogo di (non) memoria” con Giorgio Romanello, Leonardo Barattin dell’associazione Viaggiare i Balcani e Milovan Pisarri del Centre for Public History che si collegherà da Belgrado. Alla campo di Monigo è legata la figura di padre Placido Cortese, francescano a Camposampiero (provincia di Padova, diocesi di Treviso) direttore del Messaggero di Sant’Antonio, torturato e ucciso dai nazifascisti nella Risiera di San Sabba a Trieste per aver aiutato tanti ebrei a fuggire in Svizzera. Il 21 gennaio è stata posta una pietra d’inciampo con il suo nome in piazza del Santo dove il frate, in odore di beatificazione, fu sequestrato l’8 ottobre 1944. Padre Placido portò soccorso anche agli internati sloveni e croati di Monigo, dove descrisse la triste condizione dei bambini denutriti.

TRE TOTEM IN CITTÀ

Tre mega istallazioni triangolari nel cuore di Treviso, in piazza Indipendenza, piazza Pola e corte San Parisio. L’iniziativa durerà un mese a partire da oggi ed è promossa dal Coordinamento LGBTE (lesbiche gay bisessuali trangender eterosessuali) per ricordare che accanto agli ebrei anche migliaia di omosessuali finirono nei forni crematori. I totem riportano le testimonianze di Pierre Seel (omosessuale francese che fece luce su questo aspetto meno noto della shoah), quelle tratte da “Gli uomini con il triangolo rosa” di Heinz Heger e da “Homosexual Victims of Nazi Persecution” del the National Holocaust Center and Museum del 2019. L’idea ispiratrice è la stessa delle pietre d’inciampo e cioè dare ai trevigiani la possibilità di arrestarsi per un minuto e riflettere sulla nostra memoria per non ripetere gli errori e gli orrori della storia, nel segno della parità tra le persone. Spiega la presidente del Coordinamento LGBTE di Treviso Francesca Tacca: «Seppur in piena pandemia, la nostra vita non si è fermata, usciamo, lavoriamo, mangiamo, ascoltiamo la radio, la televisione, leggiamo il giornale. Il tutto ben shakerato in un mix di paura, desiderio, voglia di lottare e senso di sconfitta. Per riflettere, bisogna fermarsi». —

Laura Simeoni

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