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Sommersi di spese e senza rimborsi: ecco le ragioni dei baristi dissidenti di #IoApro a Treviso

Il primo pranzo da Arman a Treviso nel maggio scorso

"Non siamo negazionisti del virus, ma è ora di dire basta, fateci lavorare. Prenderemo delle multe ma è ora di farci sentire"

TREVISO. "Non ci stiamo a passare per untori, qui si rispettano tutte le regole», «Sarà un gesto dimostrativo, non siamo negazionisti del virus», «Terrò le luci accese oltre le fatidiche 18, ci sentiamo presi in giro», «Siamo abbandonati a noi stessi I contributi? Somme ridicole». La voce degli esercenti trevigiani è unanime. Noi le regole anti Covid le rispettiamo, non è nei nostri esercizi che le persone si infettano. Un grido che unisce le attività più disparate, dalle pasticcerie alle palestre, dai ristoranti  alle osterie. Ecco cosa pensano, la richiesta è di poter lavorare.

«Sembra che i ristoranti ammazzino la gente, un accanimento assurdo». Giovanni Merlo, da 12 anni titolare del ristorante La Paterna a Giavera, non usa perifrasi. Le sue parole tradiscono sconforto. E oggi ha deciso di indossare i panni del “ribelle”. «Saremo aperti, servirò al tavolo a pranzo», annuncia, «Ma con una premessa: non mi interessa fare incasso. L’idea, per chi lo vorrà, è di offrire il pasto. Prestando attenzione ai protocolli anti-Covid. Anzi, sarò persino più stringente: i coperti saranno inferiori alla capienza prevista per il locale».

Giovanni Merlo, da 12 anni titolare del ristorante la Paterna a Giavera

Il senso è facilmente intuibile: «Non è negazionismo, vogliamo far capire che al ristorante si può mangiare in sicurezza». Per Merlo la soglia della sopportazione è stata superata da un pezzo. E ora bisogna alzare l’asticella: «Lo so, rischiamo di prenderci una multa. Ma le parole non bastano più, è il momento di dare un segnale chiaro. Insensato considerarci untori». Il ristoratore ripensa alla chiusura forzata alle 18, alle zone rosse per le festività, alla zona arancione che permette solo asporto o delivery. E diventa un fiume in piena: «Non siamo noi la causa della pandemia, la categoria è stata massacrata. Bisogna protestare, ho deciso di metterci faccia e soldi. Chiedo al governo di lasciarci aperti almeno a pranzo: trovate un sistema che ci consenta di galleggiare». Quanto ai ristori, sul suo conto è arrivato tutto: «Il primo a fine novembre, quello di Natale un paio di giorni fa. E mi sono chiesto se l’accelerazione fosse dovuta all’imminente protesta. Sono cifre, ad ogni modo, limitate: ci copro le bollette. La fortuna è stata aver bloccato il mutuo in primavera».

 

Non solo bar e ristoranti: c’è anche la palestra di Michele Zoccarato, InForma365 di Paese, tra le attività che oggi resteranno aperte. Un’apertura simbolica, quella di InForma, per salutare di persona i vecchi clienti con i quali i progetti vanno avanti grazie al web e alle attività all’aria aperta. Un dato su tutti aiuta a capire il momento: «Siamo chiusi dal 25 ottobre, significa che abbiamo già superato, per durata, il periodo del lockdown» spiega Zoccarato. I ristori sono arrivati, ma sono sufficienti soltanto a coprire le spese. E rimanere chiusi significa non guadagnare.

Michele Zoccarato all’interno della sua palestra InForma 365

Paura delle multe? «Ci abbiamo pensato e ragionato molto prima di fare questa scelta, ho valutato se fosse opportuno farlo in questo momento di crisi. Lasciatemi dire, intanto, che noi non abbiamo mai negato questo virus, anzi, ho anche tanti infermieri e medici che vengono ad allenarsi e possiamo anche essere un supporto psicofisico per questo periodo. Saremo responsabili, credo che la protesta vada fatta anche dal vivo, non solo sul web. Se verranno a controllarci, vedremo cosa succederà. Non resteremo aperti anche lunedì: il nostro vuole essere un messaggio, un’azione simbolica che si conclude con oggi».

La palestra oggi sarà aperta dalle 9.15 alle 12 e dalle 15.45 alle 18. Si potrà passare per un saluto. Nel frattempo andranno avanti tutte le attività online e al parco che la palestra ha organizzato in questi mesi per mantenere i contatti con i clienti.

Stefano Netto, titolare della pasticceria “Casa del dolce” a Fontane, non vuol sentir parlare di “ristori”. Il motivo? Non ha ancora beccato un euro. E stasera, in segno di protesta, terrà accese le luci del bar. «Così non si può più andare avanti, nel mio conto non ho ancora visto nulla», lamenta Netto, «posso capire ci sia un ritardo per i ristori del Natale, ma nemmeno per la zona gialla mi è stato riconosciuto finora qualcosa. Arriveranno davvero? Quando arriveranno? I ristori sono calcolati sul calo del fatturato. Beh, nel 2020, ho perso il 40%. Solo per il Natale, il 50%. E perdere il Natale per un pasticciere significa perdere il mondo. So che pure altri colleghi stanno aspettando, ma l’autonomia sta per finire. Non posso pensare di arrivare a febbraio senza un sostegno minimo, da solo non ce la posso fare».

Stefano Netto è il titolare della pasticceria “Casa del dolce” a Fontane

Così Netto aderirà alla protesta, scegliendo le modalità soft. Luci accese oltre le fatidiche 18, orario forzato di chiusura da fine ottobre. «Ci sentiamo presi in giro, un segnale al governo bisogna darlo. Quando ci sono le bollette da pagare non ci si tira mai indietro, ora per gli indennizzi non possiamo più pazientare. Non viviamo d’aria». Il pensiero va al Natale sfumato, al Carnevale di quest’anno che farà la stessa fine di quello 2020… «Ho deciso di dedicarmi all’asporto, ma raccolgo briciole», incalza, «Con l’incasso di questi giorni, l’attività non può reggere. Il governo deve darci un aiuto concreto, non possiamo restare in perenne attesa di ristori e sperare che arrivino. Ma se non è in grado di sostenerci, restano due strade: o si chiude l’attività, perché non ce la fai più; o si dà la possibilità a noi baristi di riaprire». Poi sospira: «Le chiusure si possono pure sopportare, ma dovrebbero erogare i ristori con tempistiche certe. Cosa che non succede».

Quando nel luglio 2019 aprì la sua attività, la CrudOsteria di piazzetta Trentin a Treviso, il titolare Alvise Levorato non poteva immaginare di aver sbagliato tempistica. Non poteva immaginare che sarebbe arrivata la pandemia e gli indennizzi per marzo-aprile 2020 avrebbero fatto riferimento agli incassi della primavera precedente (quando cioè il locale ancora non esisteva). E che i ristori dell’autunno sarebbero stati calcolati sulla base di quanto erogato prima dell’estate… «Le società neonate sono state dimenticate», sbotta Levorato, 28 anni, «non è giusto che un’attività come la nostra, gestita solo da ragazzi sotto i 30 anni, sia abbandonata a se stessa. Sì, i ristori mi sono pure arrivati. A novembre li avevo trovati nel conto quasi subito, l’indennizzo per il Natale un paio di giorni fa. Ma prendiamo il minimo, somme ridicole. Già in primavera dovevano calcolarci il ristoro sul calo del fatturato rispetto a marzo-aprile 2019: peccato che a marzo 2019 non avessimo ancora aperto…».

Alvise Levorato, titolare della CrudOsteria in piazzetta Trentin

Così il ristoratore condivide nel merito la protesta odierna del settore, ma non il metodo: «L’idea di fondo è corretta, sono pienamente d’accordo. Invece il modo scelto per sostenerla mi vede contrario. Si rischia solo di fare peggio, proteste che rischiano di rivelarsi controproducenti. Con un’azienda in difficoltà, ti fai solo del male». Nessuna protesta, neppure blanda. Ma il momento è durissimo. E neppure l’asporto può venire in soccorso. «Niente asporto o delivery classici», spiega, «gestisco il ristorante come una gastronomia: prendo gli ordini solo con due-tre giorni di anticipo. Altrimenti sarebbe impossibile: faccio pesce crudo, merce costosissima. E non è mia intenzione abdicare alla qualità». —

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