La trincea del San Camillo In un mese quasi il doppio dei ricoveri di primavera

treviso

Ogni giorno alle 14 scatta il cambio turno. Il personale in servizio al mattino esegue con cura le procedure per svestirsi e disinfettarsi. In un’altra stanza, i colleghi si bardano di tutto punto per entrare nell’ala dei malati covi: scafandro di plastica, calzari, occhiali, mascherina. Prima di varcare la soglia ci si aiuta a scrivere il proprio nome sulla tuta. «È l’unico modo che abbiamo per riconoscerci una volta dentro» commenta l’équipe medica. «Siamo ancora in mezzo al guado» commenta suor Lancy Ezhupara, direttore amministrativo del San Camillo di Treviso, mentre osserva a distanza il passaggio di consegne.


Giorno e notte, non ci si ferma mai. Da fine ottobre il ritmo è sempre più frenetico: l’ospedale San Camillo è infatti uno dei due Covid Hospital della Marca assieme al nosocomio di Vittorio Veneto. Per la seconda volta in prima linea a gestire l’emergenza. Arrivano le ambulanze, le squadre dedicate si danno da fare per accomodare i pazienti positivi nel reparto. Area Sud, due piani allestiti per i degenti infettati e una cinquantina tra medici, infermieri, operatori socio sanitari e ausiliari sul campo. La luce in fondo al tunnel non si vede ancora.

In meno di un mese, dal 26 ottobre ad oggi, il Covid Hospital del capoluogo ha accolto 103 pazienti, contro i 65 pazienti curati nel corso della prima ondata in 45 giorni di attività. «Il numero di degenti Covid che stiamo seguendo ora è molto più elevato rispetto alla scorsa primavera, arriveremo a doppiarlo entro i primi di dicembre» prevede suor Lancy. Una media di 8 casi al giorno che vengono inviati dagli altri ospedali.

«Rispetto alla prima ondata vediamo pazienti più giovani tra i 70 e i 74 anni, contro una età media tra gli 80 e gli 85 anni della scorsa primavera. Ci vengono mandati dal reparto di Malattie Infettive di Treviso, mentre dall’ospedale di Montebelluna giungono utenti più anziani, anche ultranovantenni» prosegue la direttrice. Nei due piani Covid del San Camillo ieri mattina erano accuditi una quarantina di positivi.

Attorno ai 5 giorni il tempo medio di degenza contro i 15 di marzo. «Riusciamo a dimetterli con maggiore velocità rispetto al passato e questo è un dato positivo, adoperiamo le terapie classiche» spiegano i team del Covid Hospital. Merito delle conoscenze acquisite nella dura battaglia contro la pandemia, ma resta comunque elevatissima la richiesta di ossigeno. «Lo vediamo in modo lampante» conferma suor Lancy «nella prima fase dell’emergenza dovevamo fare scorta di ossigeno una volta alla settimana, ora l’approvvigionamento avviene ogni due giorni».

Servono tempo e pazienza per vincere il virus, ma anche una buona dose di calore umano. I malati non possono incontrare i familiari, a regalare loro una parola di conforto o una preghiera ci pensano le caposala religiose, le Figlie di San Camillo, ma presto verrà in soccorso anche la tecnologia. «Stiamo acquisendo dei tablet per garantire il collegamento via Skype dei pazienti con i loro cari» annuncia la direttrice.

Nell’ala Nord invece il San Camillo continua con l’attività di radiologia, le visite ambulatoriali e le prestazioni oncologiche non rinviabili. Il personale è diverso da quello in servizio nelle corsie Covid, segue percorsi di ingresso e uscita separati, le procedure di sanificazione sono state rafforzate in tutto l’ospedale e l’ascensore è stato dotato di una speciale luce per igienizzare l’ambiente.

I nove mesi di lotta al virus si stanno facendo sentire, ma è vietato perdere la speranza. «Noi ci siamo, il personale c’è, l’assistenza non manca a nessuno» conclude suor Lancy «certo si soffre a non poter dare una carezza o un sorriso agli ammalati, ma non ci dobbiamo abbattere».—

Valentina Calzavara

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