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«Solo il 15% dei morti trevigiani non aveva patologie. Sbagliamo a contarli tutti come Covid»

Il dg dell’Usl 2 Benazzi: «La stragrande maggioranza è deceduta per altre cause, in Italia usiamo un calcolo masochista»

andrea de polo
2 minuti di lettura

TREVISO. I cinquecento morti positivi al coronavirus in provincia di Treviso diventano un caso. Secondo il direttore generale dell’azienda sanitaria, soltanto il 15 per cento delle vittime - circa 75, quindi - è morto effettivamente per colpa del Covid. Tutti gli altri, sempre secondo il dg Benazzi, sarebbero morti a causa di altre patologie, e il Covid sarebbe stato trovato solo a causa della norma che impone di effettuare il tampone prima del ricovero.

La polemica sui morti “per Covid” o “con Covid” era già divampata durante la prima ondata. Ora Benazzi la riaccende: «In Italia utilizziamo un metodo di calcolo masochista. I morti di Covid secondo le nostre indagini sono il 15% di quelli che conteggiamo nei bollettini, ma esagero, sono anche di meno». Ma tra i familiari delle vittime la tesi viene accolta con scetticismo: «Mio zio, con patologie pregresse, avrebbe vissuto ugualmente» ha raccontato la nipote di una delle vittime, Giancarlo Carraretto.

Terminali con tampone positivo

A sostegno della sua tesi, Benazzi cita i casi due pazienti oncologici allo stadio terminale entrati in ospedale a Vittorio Veneto, e trovati positivi al tampone. Spirati nelle ore successive per ragioni che non si possono collegare al Covid.

«Eppure, nei bollettini queste due persone sono state considerate morte per Covid» incalza Benazzi, «la spiegazione per numeri così alti riferiti ai decessi è che noi italiani ci stiamo facendo del male da soli: contiamo come morti Covid anche persone con pluripatologie, che purtroppo sarebbero fragili anche davanti a una semplice influenza».

In altri Paesi - come la Germania, dice Benazzi - i criteri per classificare un decesso come “vittima del Covid” sono diversi: «Negli altri Stati vale solo la polmonite bilaterale, la nostra è una classificazione sbagliata, e questa è la mia ferma convinzione. Non è possibile che persone tumorali entrate in condizioni ormai irreversibili in ospedale, e sottoposte a tampone perché così prevede la procedura, alla fine siano morti Covid. Mi ripeto: le persone sane morte a causa della polmonite bilaterale causata dal Covid sono al massimo il 15 per cento dei decessi conteggiati nei documenti ufficiali».

Le famiglie perplesse

Il tema è complesso, ed è materia per esperti stabilire quanto e come il Covid possa aggravare un quadro clinico già compromesso. I parenti di alcune delle vittime, per esempio, raccontano che il loro caro, per quanto affetto da altre patologie, avrebbe potuto vivere ancora se non fosse intervenuto il coronavirus. Uno dei casi è quello di Giancarlo Carraretto, 73 anni di Treviso, quartiere Sant’Angelo. Da qualche tempo in dialisi, quindi affetto da “patologie pregresse”.

«Aveva delle patologie, ma ad ucciderlo è stato il Covid» ha affermato una delle nipoti, «vorrei precisare che con le patologie che aveva mio zio poteva ugualmente vivere e stava bene, morire di Covid è un’altra cosa, è stato disarmante senza una saluto, senza un’ultima carezza». E su questo sono tutti d’accordo: un tampone positivo al momento del ricovero è, sempre e comunque, sinonimo di isolamento, e di una battaglia dura da affrontare da soli. —



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