Treviso piange la scomparsa di Paolo Guolo: scultore, fotografo e artista

Aveva 76 anni, per 29 ha insegnato al liceo artistico. «Un grandissimo maestro» Innumerevoli le mostre. Scenografo, fu anche inesauribile animatore culturale

TREVISO. L’arte e la cultura trevigiane piangono Paolo Guolo, scomparso all’ospedale Ca’ Foncello per le conseguenze di un’infezione. Si è arreso, dopo alcuni giorno di coma: l’infezione aveva infine potuto colpire il suo cervello, in un corpo dalla difese indebolite.

Aveva 76 anni, ed era uno degli artisti più noti e versatili della città. Scultore, artista, fotografo fra i più bravi in Italia, maestro del bianco e nero, scenografo. E ancora, i suoi leggendari ritratti: tutti ritraeva e immortalava, Paolo, in caricature e schizzi di straordinaria incisività.


Per tre decenni, dal 1970 al 1998, una colonna del liceo artistico di Treviso – aveva insegnato figura e ornato modellato – dopo aver frequentato il liceo artistico e l'Accademia di Belle Arti a Venezia, sotto la guida del grandissimo scultore Alberto Viani, che lo considerava uno dei migliori allievi. Lasciando vividi ricordi, per il suo carisma e il suo talento, in centinaia e centinaia di allievi, che sono diventati a loro volta artisti, architetti, fotografi, scenografi, illustratori.

La critica ne aveva sempre sottolineato «la caparbia ricerca», condotta «nella misura di una concentrata solitudine e di cosciente discrezione». E per i suoi disegni, erano state esaltate sia «la volontà di ripristinare e rifondare il corpo», ma anche la «sua riscoperta per un bisogno di stringente dialogo, in silenzio e assenza». Innumerevoli le sue esposizioni, anche in fucine alternative, come l’Antiruggine a Castelfranco. I suoi nudi, i suoi corpi “africani”, anche le foto delle terre più belle e selvagge del mondo.

Ma Guolo è stato anche un instancabile promotore e animatore culturale, non solo a Treviso. Dello “Spazio Paraggi” in via Pescatori era stato una delle anime. E poi le serate promosse con la Società Iconografica Trivigiana. Ancora la lunghissima collaborazione con Raffaella Vannucci per la galleria del negozio atelier di via Pescheria.

Ma i cultori oggi parlano anche e soprattutto del suo ricchissimo archivio, custodito nella sua abitazione dove viveva con la moglie Elisabetta: un tesoro artistico e di memorie collettive, sull’arte del secondo ’900, che in tanti vorrebbero ora vedere reso pubblico.

Il suo curriculum è ricchissimo, con esposizioni fino a Parigi, anche se a Paolo non interessavano riflettori e facili passerelle. Aveva a lungo collaborato anche con “Bottega Veneziana”, come scenografo e realizzatore di sculture sceniche per il Teatro dell’opera, dalla Fenice di Venezia alla Piccolo e alla Scala di Milano e al Puccini di Torre del Lago. Era stato tra i fondatori del gruppo fotografico “Magnum’ 70”, e ha pubblicato diversi libri, fra cui Thule con cui omaggiava la splendida natura dell’Islanda.

«È stato un grandissimo maestro, che ha insegnato a tutti noi la bellezza: come osservarla e studiarla, e come cogliere gli aspetti essenziali della vitta», dice di lui un suo ex allievo, Sergio Calò. «Da nessuno ho imparato come da lui: e non saperlo nel suo laboratorio, che era un mondo meraviglioso, mi sembra assurdo. Un grande uomo raro e prezioso», che lascia nell’anima di chi lo ha conosciuto un segno forte e profondo».

Fra le sue passioni, anche la musica classica: era amicissimo di Mario Brunello. Amava moltissimo anche i suoi animali. Lascia la consorte Elisabetta.

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