Il prefetto di Treviso: «Contagi, chi lavorava con i profughi deve uscire allo scoperto»

Difficile ricostruire la rete di contatti dei migranti contagiati all’ex Zanusso. Il prefetto Laganà: «Gli imprenditori che li utilizzavano si autodenuncino». A Conegliano non ancora pronta la Zoppas Arena come drive in per gli esami

È partita la caccia ai contatti lavorativi dei 63 profughi dell’ex caserma Zanusso di Oderzo risultati positivi al coronavirus. La maggior parte era occupata nell’agricoltura (vendemmia, soprattutto) e nella ristorazione (cucine di trattorie e ristoranti), ma com’era già avvenuto per il focolaio della caserma Serena, anche in questo caso sembra rilevante la quota di lavoratori in nero che non sono disposti, oggi, a fornire informazioni sulle persone incontrate di recente né sulla loro posizione lavorativa, per paura di perdere il posto una volta finita la quarantena. Un problema enorme dal punto di vista della sanità pubblica, con l’Usl 2 impegnata a ricostruire contatti nebulosi e difficili da verificare. La prefettura, quindi, lancia un appello agli imprenditori: «Se davate lavoro a uno di questi ragazzi, autodenunciatevi e sottoponete vi al tampone».

Vigneti e cucine


A destare preoccupazione c’è anche il fatto che molti ospiti della Zanusso avessero lavorato tra i filari della Marca per la vendemmia in zona Oderzo, San Polo, Ponte di Piave. Che fossero regolari o meno, si tratta comunque di situazioni a rischio dal punto di vista sanitario, e il dipartimento di prevenzione dell’Usl 2 ha già iniziato a chiedere ai ragazzi gli spostamenti delle ultime due settimane. «Ci sono anche ospiti che collaborano» fa sapere il prefetto di Treviso, Maria Rosaria Laganà, «ma sono gli stessi imprenditori che, sapendo da dove arriva la loro manodopera, dovrebbero autodenunciarsi e sottoporsi a tampone». Le difficoltà nel reperire manodopera dall’Est Europa per la vendemmia (a causa dell’emergenza sanitaria) hanno incentivato il reclutamento dei richiedenti asilo. Una quota significativa dei migranti dell’ex Zanusso, inoltre, lavorava nelle cucine di alcuni ristoranti trevigiani.

L’appello

«Sul lavoro nero facciamo continuamente delle verifiche» continua Laganà, «è chiaro che in una situazione del genere il problema è duplice, perché coinvolge anche la sfera della sanità pubblica. Ecco perché dovrebbe essere il datore di lavoro ad autodenunciarsi. Ho chiesto anche al sindaco di Oderzo di estendere questo appello ai suoi imprenditori, sia che facciano lavorare i migranti con regolare contratto, sia che lo facciano abusivamente. In questo momento la priorità è la sicurezza sanitaria. Abbiamo avviato da tempo dei percorsi per seguire questi ragazzi, succede che chi guadagna somme superiori a quelle previste dalle normative viene escluso dal circuito dell’accoglienza, il che talvolta porta l’interessato a non dichiarare il reddito o la propria posizione lavorativa».

Le prossime mosse

I tamponi alla Zanusso saranno ripetuti l’8 ottobre: se i negativi attuali saranno ancora negativi, potranno terminare la quarantena e uscire dalla caserma. Il sindaco di Oderzo Maria Scardellato segue da vicino l’evolversi della situazione: «Stiamo parlando di persone che lavorano saltuariamente, soprattutto nei campi, dove le possibilità di contagio sono ridotte grazie all’aria aperta. Basta restare calmi e rispettare le norme su distanziamento sociale e dispositivi di protezione».

Zoppas Arena

Nonostante l'annuncio di apertura della Zoppas Arena come "drive in" per i tamponi, l'area non risulta ancora pronta. L'Usl annuncerà quando ci si potrà recare, sgravando l'area di via Manin, che ha evidenti problemi di traffico.



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