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«Non potete tenere chiuso il Canova». A Treviso mille lavoratori sull’orlo del burrone

Manifestazione ieri davanti all’aeroporto dei rappresentanti delle categorie che gravitano dentro e fuori lo scalo

TREVISO. Mille lavoratori sull’orlo del burrone, tremila famiglie che hanno visto contrarre le proprie entrate. La chiusura dell’aeroporto Canova di Treviso a causa del Covid – «unico in Italia ancora chiuso» dicono i lavoratori – unita al nuovo stop dato dal ministero al suo piano di sviluppo spaventa tassisti, parcheggiatori, dipendenti di tutte le aziende che lavorano allo scalo, proprietari di B&b.

Molto di loro ieri sono stati chiamati a raccolta da Fabio Crea (candidato alle regionali per Fratelli d’Italia) per riaccendere i riflettori sull’aeroporto. Da qui è partito un atto di accusa nei confronti di Save/Aertre, fino ad ora assolta all’unanimità per la decisione di chiudere lo scalo trevigiano.

«Un aeroporto è un servizio pubblico che viene dato in concessione», dice Stefano Rumignani, consigliere dell’Aeroclub di Treviso, «Benetton ha in concessione le autostrade, e non credo che possa decidere di chiuderne un tratto perché non gli è conveniente tenerlo aperto. Se hai una concessione pubblica avrai il buono e il cattivo tempo, alle volte fai utile, altre volte ti devi accollare i problemi. Aver dirottato tutti i voli su Venezia risponde a ragioni economiche. I voli ci sono, compagnie come Ryanair e Wizzair stanno volando su Venezia, ma potrebbero benissimo farlo qui. Tutti gli aeroporti italiani sono aperti, anche Bergamo, Brescia, solo Treviso resta chiuso», conclude Rumignani.

Sulle spine ci sono, oltre ai dipendenti di Aertre, anche i lavoratori di tutte le aziende che operano all’interno del Canova. Da marzo sono chiusi anche i quattro ristoranti che si trovano nell’aeroporto, «in alta stagione ci sono 80 lavoratori, nella bassa 51», aggiunge Michela Giordano. «Siamo stanchi di stare a casa senza una motivazione. Questa è un’azienda florida chiusa senza una ragione, perché dobbiamo essere l’unico aeroporto che non opera in Italia?».

Non va meglio, seppur i numeri siano ridotti, alla Union Tour, che gestisce alcuni parcheggi in zona: «Oggi non sappiamo quale sarà il nostro futuro, delle otto famiglie che lavorano con noi e della nostra azienda. Se non riaprirà l’aeroporto si rischia il licenziamento. Ci avevano detto avrebbero riaperto a ottobre, ora a marzo» si sfoga Maurizio Villa.

Poi c’è l’indotto, ristoratori, albergatori, persone che hanno investito per mettere un alloggio su Airbnb, o realizzare un B&b. È il caso di Annalisa De Martin: «Fino a giugno le perdite sono state del 100%, poi abbiamo recuperato forse un 10%. Se l’aeroporto non riaprirà le prospettive sono nerissime, dovremmo rivedere il nostro futuro». Ma oltre al Covid a preoccupare è la possibilità che il nuovo stop del ministero dell’Ambiente al masterplan faccia desistere Save dall’investire su Treviso: «La chiusure per l’emergenza sanitaria e le conseguenze economiche che ne sono derivate sono lo specchio di cosa significherebbe perdere l’aeroporto», conclude Crea, «La politica del “no”, dei comitati e del ministero non tiene conto dei danni economici per l’intera economia, e per le 3000 famiglia, tra dipendenti e indotto, che vivono con lo scalo». —

Federico Cipolla
 

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