Serena, contagiato anche un profugo. Riesplode la rivolta, medici in ostaggio

Treviso, la notizia del tampone positivo basta a 30 facinorosi per far scatenare l’inferno: personale Usl liberato con gli idranti  

TREVISO. Alla ex caserma Serena la notizia di un altro caso di positività al Covid arriva attorno alle otto e mezza. È il secondo, dopo l’operatore della Nova Facility di ritorno dal Pakistan portato in Malattie infettive giovedì. Basta che la voce si sparga tra gli ospiti della struttura che accoglie oltre trecento migranti perché riesploda la protesta.

La trentina di profughi che giovedì avevano acceso la miccia fa rimontare la tensione, e costringe gli operatori dell’Usl 2 arrivati per comunicare i primi esiti dei tamponi a rifugiarsi nella garitta. Sono i primi istanti della rivolta che ieri per un paio d’ore ha consegnato nelle mani di una trentina di profughi il centro di prima accoglienza. Ci vorrà una lunga trattativa condotta dal vicequestore Luciano Meneghetti perché attorno alle 14 la situazione torni alla normalità. Ma all’interno del centro migranti la tensione è altissima, e il divieto di uscire per tutti i profughi fino al 22 giugno la rende ancora oggi una polveriera pronta ad esplodere.



tensione alle stelle. Ieri due medici e un infermieri dell’Usl sono arrivati attorno alla 8 alla Serena. Hanno comunicato la positività di un ragazzo dell’85, immediatamente portato fuori dalla struttura, e hanno indicato i sospetti su altri due migranti, con sintomi riconducibili al Covid, ma sulla cui positività non ci sono ancora conferme. Entrambi sono stati messi in isolamento su un’altra stanza, proprio mentre gli operatori dell’Usl eseguivano il sopralluogo per capire come organizzare gli spazi in caso di nuove positività.

Coronavirus, profughi asserragliati alle Serena: le trattative per liberare gli ospiti

Ma la voce si è sparsa rapidamente. Poco dopo le 10 alcuni dei ragazzi che giovedì avevano guidato la protesta contro l’isolamento forzato, provano ad uscire dai cancelli. Il “no” che si sentono rivolgere di fronte ai cancelli sbarrati, scatena la reazione. Minacciano di aggredire gli operatori, spaccare sedie e mobili.

la fuga. Uno dei medici viene colpito, a quel punto gli altri operatori dell’azienda sanitaria si rifugiano nella garitta. Sul posto arrivano vigili del fuoco, celere, carabinieri e polizia locale. Sono proprio i vigili del fuoco ad aprire la strada per far uscire il personale sanitari: con il tronchese spaccano i lucchetti di una porta laterale, e con il getto dell’idrante si aprono la strada. Escono sia gli operatori dell’Usl che quelli della Nova Facility. I profughi a quel punto sono barricati e tengono in pugno la struttura. Altri migranti, che pur condividendo la protesta non hanno apprezzato i modi, si chiudono nelle loro stanze. All’esterno arrivano i sindaci di Treviso Mario Conte e di Casier Renzo Carraretto. La caserma, che si trova tra i due Comuni, è in mano a una trentina di profughi, entrare è impossibile. Quando il battaglione antisommossa dei carabinieri e la Celere si schierano, e sembrano pronti ad entrare, si apre uno spiraglio.

la delegazione. Una delegazione delle forze dell’ordine apre un dialogo con i migranti dal cancello. «Si vede che molti di voi sono persone perbene», dice un carabiniere. «Non potete prendere le mazze, lanciarci roba addosso, sennò ci costringete a reprimere, e abbiamo tutti gli strumenti per entrare e blindare la caserma». Ma il timore dei migranti è soprattutto quello di perdere il posto di lavoro a causa della nuova quarantena, scatenata dalla positività di un operatore e non di un ospite. Lo ribadiscono a più riprese durante la trattativa, che viene condotta dal vicequestore Meneghetti. «Non abbiate paura dei datori di lavori, li avvisiamo noi. E non vi possono in ogni caso far tornare al lavoro ora che siete a rischio. Anzi se uscite adesso, rischiate che vi licenzino. Verranno tutti informati del motivo per cui non potete andare», assicura Meneghetti. «Questa pandemia c’è da marzo e qui dentro non è mai successo niente», risponde uno dei migranti. «Ma non ci è mai stato fatto un controllo. Gli operatori entrano e escono quando vogliono. Perché noi invece dobbiamo restare chiusi qui dentro?». «Perché gli operatori sono tutti negativi, i loro tamponi sono stati analizzati prima perché sono necessari a gestire questa struttura e a portarvi il cibo», spiega il vicequestore. Ma non basta, i profughi lamentano l’assenza di sapone, «i bagni sporchi, dove vanno tutti», «il cibo servito senza guanti. Non abbiamo mai visto i guanti», dicono. «Avete le vostre ragioni», ammette il vicequestore, «vi assicuro che chi ha sbagliato in passato pagherà. Ma ora dobbiamo gestire il futuro. E da qui non potete uscire fino al 22». Pochi minuti dopo gli operatori della cooperativa rientrano. Torna la calma. —

Federico Cipolla .

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