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Treviso, Tiemme non produrrà più mascherine: «Venderle a 50 cent strozza i produttori»

Giuliano Secco, titolare della Tiemme Sas di Morgano

Il titolare Giuliano Secco: «Penalizzate tutte le piccole realtà che si erano convertite, avvantaggiati i grandi gruppi»

MORGANO. La Tiemme Sas di Morgano, storica realtà sartoriale della Marca, era l’esempio della cosiddetta “economia Covid”: durante il lockdown aveva convertito parte della produzione per realizzare mascherine chirurgiche. Un modo per far lavorare i suoi dipendenti, altrimenti a casa per mancanza di commesse, e al tempo stesso offrire un servizio alla comunità, quando i dispositivi di protezione erano assai difficili da reperire. L’obbligo di vendere al pubblico le mascherine a 50 centesimi, però, secondo il titolare di Tiemme Giuliano Secco ha spazzato via i piccoli produttori: «A noi la produzione costa 70 centesimi». E la Tiemme, dopo 30 mila dispositivi venduti soprattutto alle aziende, ha detto basta.

Il processo

Convertire la produzione costa. Nel caso della Tiemme, circa 15 mila euro: «Durante le fasi più critiche della pandemia abbiamo acquistato i tessuti certificati e una macchina per la realizzazione di quelle “chirurgiche”, non parliamo quindi delle mascherine in cotone o di altro genere, che possono avere quotazioni più alte. Non le vendevamo ai privati ma alle aziende che facevano scorta per ripartire in sicurezza, a un euro l’una. Gli elastici e i tessuti, inoltre, sono aumentati di prezzo nelle ultime settimane, i tessuti addirittura erano diventati monopolio di grandi aziende che ne chiedevano l’esclusiva. Siamo molto lontani dal poterle vendere a 50 centesimi, visto che a noi costano mediamente 70». Secco è portavoce del settore abbigliamento di Confartigianato Veneto: «So che il mio caso non è l’unico, sono moltissime le imprese che avevano pianificato investimenti per l’acquisto di tessuti e macchinari e che ora devono rinunciare alla produzione. Per me era un modo per far lavorare i nostri dipendenti, che altrimenti sarebbero rimasti a casa a carico dello Stato in cassa integrazione».

Una fase della produzione di mascherine chirurgiche


La polemica

Eppure in questo momento non ci sono problemi di reperimento dei dispositivi: significa che per qualcuno produrli è ancora vantaggioso, anche a 50 centesimi. «Sì, ma parliamo soltanto di cinque o sei grandi gruppi industriali italiani» risponde Secco, «noi siamo completamente tagliati fuori. Garantire margini di ricavo su un prezzo così basso significa avere mezzi di produzione in grado di abbattere i tempi e l’intervento umano (che nel nostro caso era decisivo). Sono macchine che costano fino a 140 mila euro e che permettono di produrre dispositivi a 10 centesimi l’uno, che poi lo Stato compra a 38. Insomma, ritengo che ci sia un’enorme speculazione in corso, migliaia di piccole aziende si sono messe sul mercato e si sono viste sbarrare le porte da un giorno all’altro». Secondo la Camera di Commercio di Treviso e Belluno, il 18 per cento delle imprese trevigiane ha convertito parte della propria produzione durante l’emergenza Covid per realizzare dispositivi di protezione individuali.

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