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«Aperte senza permesso»: Cgil denuncia 12 aziende nella Marca

Visentin: «C’è chi continua a lavorare in barba al decreto governativo sul coronavirus». Tra le segnalate in prefettura diverse aziende metalmeccaniche ed edili

TREVISO. Pur di non perdere “schei” e fatturato hanno deciso di sfidare il decreto “Chiudi Italia” e di tenere aperto lo stesso. I dipendenti (e talvolta anche i loro familiari) però si sono opposti, denunciando tutto al sindacato, che ha segnalato le aziende in prefettura. È caldissimo lo scontro sul fronte delle aperture, e al momento sono 12, in provincia di Treviso, le aziende che secondo Cgil dovrebbero rimanere chiuse, secondo i titolari invece avrebbero diritto di continuare a lavorare.

i casi contestati. «Nessuno può sgarrare o fare il furbo» commenta Mauro Visentin, segretario generale Cgil Treviso, «la salute dei lavoratori è al primo posto». Il tema è quanto mai complesso. Da una parte ci sono le aziende (per esempio quelle che producono generi alimentari) che possono rimanere aperte, e la cui lista in base al codice Ateco è stata pubblicata dal governo. Per loro nessun problema: possono andare avanti senza comunicare nulla a nessuno. Dall’altra ci sono tutte quelle escluse. Tra queste, però, alcune si potrebbero “salvare” dimostrando di lavorare per una filiera indispensabile (per esempio chi produce le confezioni per il cibo dei supermercati): devono fare richiesta alla prefettura e sperare che arrivi l’autorizzazione. Nei giorni scorsi sono arrivare 1.500 richieste al prefetto di Treviso. Le 12 segnalate da Cgil, tuttavia, non avrebbero nulla a che fare con una filiera indispensabile, e sono escluse dal decreto. Nella lista dei “furbetti” si trova di tutto: c’è una grande azienda trevigiana che produce trivelle («Non mi pare si tratti né di medicine né di alimentari» commenta Visentin), ci sono diverse aziende metalmeccaniche ed edili, e una verniciatura. Dimensioni? «Diciamo che nessuna di queste è un’azienda artigiana – continua il numero uno di Cgil – sono tutte realtà ben strutturate, con numerosi dipendenti». La parola finale sulla prosecuzione o meno dell’attività spetta, naturalmente, al prefetto, che potrà disporre la sospensione della produzione nel caso trovasse fondate le perplessità di Cgil.


segnalazioni dai familiari. L’impressione è che alla fine di questo periodo di “serrata” quasi totale le segnalazioni saranno molte più di dodici. «Le raccogliamo sia dai lavoratori che dai loro familiari, che spesso sono preoccupati per la salute dei loro cari. In molti casi in famiglia ci sono persone in cattive condizioni di salute e si cerca di essere prudenti, mentre tra i lavoratori prevale la paura per la “soffiata” e si va in fabbrica lo stesso. Ma questo non è proprio il momento di fare gli eroi». La prefettura in questi giorni è inondata di domande per poter continuare a lavorare: «Non spetta a noi assumerci la responsabilità di dire sì o no» continua Visentin, «io credo che in questa fase tutti debbano essere responsabili delle proprie azioni, ciascuna azienda ha la sua specificità ed è convinta di essere insostituibile, ma mi auguro per il bene di tutti che solo quelle davvero indispensabili alla comunità continuino a operare».

la spinta per lavorare. Non è un mistero che da più parti si spinga per non interrompere le produzioni. Il mondo industriale è in fibrillazione e guarda terrorizzato alle prospettive dei prossimi mesi, con una chiusura che si annuncia ancora lunga, un’emergenza sanitaria di cui non si vede la fine e prospettive nerissime su tutti i mercati. Chi può, quindi, fa i salti mortali per restare aperto. Ma questo, insiste Cgil, non può ostacolare la battaglia al coronavirus. —

andrea de polo. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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