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Treviso, mortalità del virus oltre il 7 per cento. "Colpa del focolaio in Geriatria"

Nella Marca il rapporto decessi-casi è più alto che nelle province cinesi. L’infettivologo Raise: «Colpiti pazienti deboli»

Venticinque morti su 327 casi, al netto di nuovi aggiornamenti che arrivano ora dopo ora. Più del doppio del Veneto, più della media di Wuhan, l’epicentro cinese della pandemia coronavirus. Il “caso” Treviso impressiona nei numeri, con una mortalità che tocca quota 7,64 per cento all’interno dell’Usl2, per colpa di un focolaio esploso in Geriatria che ha contribuito ad aggravare le condizioni di pazienti già deboli. L’azienda sanitaria assicura che non c’era niente da fare per evitare l’epidemia, prima, e i decessi, poi: quando il primo caso di Covid-19 ha messo piede in Geriatria all’interno del Ca’ Foncello, con il ricovero dell’ex insegnante Luciana Mangiò, le direttive ministeriali per le Usl chiedevano di sottoporre a tampone soltanto chi tornava dalla Cina, o era entrato in contatto con qualcuno che lo aveva fatto. Non era il caso della pensionata di Paese.

i numeri


Il coronavirus nella Marca ha quindi una mortalità tripla rispetto a quella riscontrata in Cina: 7,64% contro una media del 2,5%. Nel calcolo entrano numerose variabili. La prima, immediata spiegazione, è che il focolaio trevigiano è esploso in un reparto ad alto rischio, colpendo una popolazione estremamente debole. «L’età media di chi è morto nella nostra Usl è 85 anni» risponde il direttore dell’Usl2, Francesco Benazzi, «quasi il 90% delle vittime del cluster di Geriatria presentavano scompensi cardiaci, fibrillazione atriale, obesità, diabete, insufficienza renale. Sì, il numero rimane agli atti, ma si spiega in questo modo. Chi entra in Geriatria ha già gravi patologie per cui non può essere seguito altrove». Verosimilmente, quindi, la mortalità del coronavirus in provincia di Treviso si abbasserà nelle prossime settimane.

il virologo

Si poteva fare qualcosa in più? E in particolare, si poteva sottoporre prima a tampone la signora Mangiò, primo caso di Covid-19, senza aspettare 18 giorni? Non secondo l’Usl2, che ricorda come in quel periodo, antecedente ai casi di Codogno, Lodi e Vo’, non ci fossero prescrizioni in quel senso. «È verosimile che non si potesse agire diversamente, e che la ragione dell’alta mortalità risieda proprio nel tipo di reparto contagiato per primo» commenta il professor Enzo Raise, infettivologo immunologo, ex direttore del dipartimento di malattie infettive degli ospedali di Venezia e Mestre. «I tassi di mortalità più elevati per il coronavirus sono tra i 75 e gli 85 anni. È assodato che in quella fascia di età ci siano enfisemi dovuti alle persone che fumano, enfisemi senili con bolle polmonari, degenerazione polmonare fisiologica. E poi, le difese immunitarie dopo i 60-70 anni hanno un calo notevole, la risposta alla nuova infezione da coronavirus è nettamente inferiore rispetto ai giovani. Si tratta, inoltre, di un virus nuovo, con cui non eravamo mai venuti a contatto. Infanzia e gioventù hanno un sistema di risposta pronto, immediato, gli anziani faticano a riconoscere la nuova minaccia e ad attrezzarsi in tempo».

«È un cofattore»

Solo pochi giorni fa, peraltro, l’Usl dichiarava che nessuno, nella Marca, era morto «per» coronavirus. Affermazione contestata anche da alcuni esponenti della comunità scientifica nazionale, come il dottor Roberto Burioni. «Il coronavirus spesso è l’evento terminale di una patologia come enfisema o carcinoma polmonare» continua Raise, «eventi come il Covid-19 sono l’evento terminale di una patologia avanzata, ma è anche vero che, senza coronavirus, probabilmente questi pazienti sarebbero sopravvissuti».

Si poteva fare di più nei reparti? «Sono sicuro che sono state adottate tutte le misure definite: l’accesso limitato nei reparti, la disinfezione delle mani con l’amuchina o simili, l’utilizzo di mascherine, la disinfezione quotidiana. È difficile andare oltre un certo limite. Dove i contatti sono stretti, peraltro, intervengono infezioni all’interno dei reparti, non a caso sono stati chiusi Codogno e Schiavonia. È difficile limitare il danno in un focolaio. Purtroppo non si possono incrementare le difese immunitarie di un anziano avanzato, soltanto la limitazione dei contatti avanzati fa vincere la battaglia».

Anche l’esposizione a casi conclamati ha influito nella gravità del contagio: «Un sintomatico trasmette una carica virale maggiore, se si è rimasti a lungo in contatto con un caso sintomatico in un reparto ospedaliero il rischio di avere un’infezione più grave esiste». Infezione in reparto ospedaliero, pazienti deboli e a stretto contatto, focolaio scoperto dopo che si era già propagato: la “tempesta perfetta” che ha fatto schizzare la Marca nelle classifiche della mortalità. —


 

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