Ex filanda di Farra in stato d’abbandono «Creiamoci il museo della pace»

È stata anche sede di un ospedale austriaco durante la Grande Guerra Ora il parroco don Brunone rilancia: «Potrebbe valorizzare tutto il territorio»

FARRA DI SOLIGO. Sono in molti a chiedersi a Farra di Soligo, viste le dimensioni e la posizione a ridosso del centro, quali siano le sorti dell’ex filanda Vedovati, imponente polo industriale dei primi del’900 che, oltre ad essere un segno tangibile della storia manifatturiera del secolo scorso, ha ricoperto un ruolo centrale nei difficili anni dell’occupazione austriaca (1917-1918) del territorio.

L’opificio infatti, in epoca di guerra, venne ricollocato per oltre 12 mesi come ospedale da campo, in cui vennero accolti i soldati feriti dal fronte del Piave. Tra queste mura morirono 110 militari austriaci, e chissà quanti altri vi transitarono. Il capannone e gli spazi accessori all’angolo tra via Sernaglia e via Patrioti e a poco più di 400 metri in linea d’aria dal Municipio di Farra, sono dismessi da oltre cinquant’anni e versano in uno stato di totale abbandono, con diversi punti lacerati dalle intemperie.

Il recente crollo della barchessa della canonica parrocchiale, lì a pochi metri, ha riportato l’attenzione (e alcuni timori) anche sull’integrità strutturale dell’ex filanda con la sua copertura completamente rivestita in eternit.


Tutta l’area, oltre 5.700 metri quadrati, è già andata all’asta cinque volte, in quanto legata alla vicenda fallimentare del mobilificio De Rosso del 2013, senza avere però, ad oggi, portato ad alcun esito che possa far sperare in una riqualificazione dell’ex opificio, come si augura don Brunone Penon, parroco di Farra: «Dal punto di vista storico l’ex filanda racconta un periodo difficile del nostro territorio, il cosiddetto “anno della fame”», spiega.

«Auspico un recupero dell’intero stabile, magari in forma museale, che potrebbe essere messo al centro del progetto del “cammino di pace” collegato alla recente scoperta della grotta de “La Crose”, in cui si rifugiarono militari e civili in tempo di bombardamenti e al recente restauro della torre della Madonna dei Broi. Un’idea che andrebbe a valorizzare il territorio, raccontando le atrocità della guerra, in cui non ci sono mai vincitori né vinti, ma sconfitte da ambo le parti», conclude don Brunone.

In questi anni solo una persona ha dimostrato un concreto interesse all’ex filanda: l’imprenditore Diotisalvi Perin, che in parallelo all’attività da patròn dei generatori, vive una vita volta al recupero del patrimonio storico locale e non solo. «Avevamo presentato al giudice quella che per noi era un’offerta congrua, tenendo conto degli interventi che ci sono da fare, tra cui lo smaltimento dell’amianto», dice Perin che è anche presidente del Museo del Piave di Caorera, nel Bellunese.

«L’idea sarebbe quella di trasformare la filanda in un museo non solo legato alla guerra, ma anche alla tradizione contadina e della vita quotidiana del passato. L’offerta però è stata respinta, ma non demordo. Restiamo in attesa di sviluppi dal giudice, in quanto l’interesse da parte mia e del mio gruppo di lavoro rimane tale». 

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