«Astoria difende i diritti dei più deboli, l’odio sui social non potrà fermarci»

Astoria Wines, una delle principali aziende del settore, con sedi a Crocetta, Susegana e Refrontolo, da anni è impegnata in campagne di sensibilizzazione contro il razzismo e le discriminazioni. Sui social è spesso al centro degli attacchi

La prima scelta impopolare fu durante le “notti magiche” dei Mondiali di calcio in Germania nel 2006. Mentre l’Italia marciava verso il trionfo di Berlino, l’Astoria Wines, una delle principali aziende del settore, con sedi a Crocetta, Susegana e Refrontolo, sceglieva di sponsorizzare... il Togo. Nazionale per la prima volta ai Mondiali e con un budget di spesa assai limitato. «Provo profonda simpatia e stima per le nazionali africane» disse allora il presidente Paolo Polegato. Due giorni fa, Astoria ha pagato l’iscrizione al campionato amatori della squadra dei profughi dell’ex caserma Serena, dopo che il Decreto Sicurezza aveva tagliato i fondi. Dal 2006 a oggi, 13 anni di scelte dalla parte dei più deboli: una lunga campagna senza soluzione di continuità contro l’odio razziale - e contro tutte le discriminazioni - con la regia di Paolo e del figlio adottivo Filippo, nato in Colombia, finito spesso nel mirino degli “haters” sui social.

Com’è nata l’idea di aiutare i profughi della Serena?


Paolo: «Abbiamo visto la notizia sulla Tribuna, aprendo il giornale. Abbiamo pensato: non può succedere una cosa del genere, questi ragazzi hanno diritto di giocare come tutti gli altri. Assieme a Filippo ho alzato il telefono e chiamato la cooperativa. È stato tutto molto veloce e istintivo, la decisione di aiutarli è stata presa in un attimo».

Filippo: «Sponsorizziamo anche un’altra squadra amatoriale over 40 a Mogliano, organizzeremo un’amichevole tra le due squadre e poi andremo a pranzo in tenuta».

Dalla sponsorizzazione al Togo fino a oggi, la vostra storia è costellata di iniziative benefiche a favore dei più deboli e da campagne anti discriminazione. Perché?

Paolo: «È soprattutto una questione di sensibilità personale. Viaggio molto, ho conosciuto parecchie realtà dal Sudamerica all’Asia, ogni volta cerco di tornare con idee nuove per il mio lavoro ma non solo. I miei figli, Filippo, Wilson e Carlotta, mi hanno fatto maturare certe idee. In generale, il mondo sta andando incontro a un restringimento, anziché un allargamento, della rosa dei diritti personali. Per questo fare una comunicazione aziendale di un certo tipo, portando avanti questi temi quando quasi nessuno lo fa, ha una valenza sociale. E ci permette di distinguerci».

Le campagne antirazziste, come quella per la nazionale di atletica Daisy Osakoue, vi hanno attirato l’odio dei social. Come vi comportate con gli haters?

Filippo: «Riceviamo tanti messaggi spiacevoli, a me li inviano anche direttamente con messaggi privati, di solito non rispondo. Ma sono molti di più i messaggi di solidarietà, fidatevi».

Alcuni degli attacchi subiti da Astoria sul web


Paolo: «Andremo avanti per la nostra strada, devo dire che ultimamente ci attaccano meno che in passato, i messaggi forse stanno facendo breccia».

C’è chi vi accusa, semplicemente, di volervi fare pubblicità.

Filippo: «Non ci guadagniamo nulla. Commercialmente dopo queste campagne il saldo è invariato, anche chi minaccia ripercussioni o boicottaggi poi non li mette in atto. Ci interessa far capire la nostra filosofia aziendale».

La campagna a cui siete più legati?

Paolo: «Ce ne sono tante, ricordo con piacere quella solidale con l’atleta italiana di colore aggredita. E poi l’appoggio al Treviso Pride, a Ritmi e danze del mondo, al Festival del cinema africano di Verona».

Filippo: «Al Vinitaly abbiamo lanciato il “No hate speech”, coinvolgendo sei atleti della nazionale italiana. È un progetto che continuerà nei prossimi mesi».

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